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Racconto di viaggio

Articolo originale di Isabella Cassina pubblicato su Radio Bullets il 21 giugno 2016

I fatti narrati corrispondono al vero, i dati sensibili sono stati omessi di proposito.

Siamo partiti per Haiti un anno dopo il terremoto del 12 gennaio 2010. Sono le 07.00 di una mattina d'estate. Siamo volontari che desiderano contribuire allo sviluppo di quel Paese lontano, sentirsi utili e competenti, fare un’esperienza diversa e forte da raccontare ad amici e parenti. Non lo diciamo ad alta voce ma, ognuno di noi, quando per un istante mette da parte l’umiltà, pensa di poter fare la differenza in quella che ritiene essere una realtà ingiusta e crudele.

Atterriamo a Santo Domingo e il giorno dopo alle 05.45 ripartiamo in direzione Port-au-Prince, la capitale. Dopo svariate ore di viaggio siamo al confine tra la Repubblica Dominicana e Haiti. Dentro l’autobus un freddo gelido, fuori un caldo infernale. Scendiamo per il controllo documenti e bagagli, qualcuno ci guarda con aria interrogativa e sospetta o forse solo assonnata. Dopo il confine c’è un mercato, una miriade di colori e di gente, uomini che riparano vecchie motociclette accanto a donne che vendono di tutto; sono sdraiate e assopite dal calore tra la merce che pare incustodita.

Da lì a poco entriamo nella capitale e restiamo a bocca aperta. Quello che per gli abitanti di questa città è ordinario, per noi è caos e distruzione. Sporcizia senza confini, fuochi vivi, odori acri e sconosciuti, persone con espressioni indecifrabili danno al paesaggio l’aria di una sconfinata bidonville.

È scesa un’oscurità profonda e noi siamo ancora in viaggio. I fari delle automobili ci permettono di scorgere qua e là delle sagome in questa parte di mondo che il Père (ndr il sacerdote) dice essere “dimenticata dagli uomini ma non da Dio”, qualcuno ci crede, altri meno. Comincia a piovere, siamo nei pressi del fiume che è in piena, attraversarlo sarebbe rischioso quindi passiamo la notte in un alloggio di fortuna e arriviamo a destinazione la mattina dopo, stanchi e affamati ma impazienti di fare qualcosa di utile.

Qui è diverso dalla capitale, lo spazio è molto grande ma meno caotico. Abbiamo acqua potabile, cibo, tavoli e sedie, bagni, un materasso sul pavimento di un’aula di scuola e tante, tantissime idee.

È domenica, andiamo a messa, alcuni perché ci credono altri perché sembra un buon inizio per creare una relazione di fiducia. Nei giorni seguenti iniziano le attività in paese: visite ai malati e ai prigionieri, consegna di medicinali e occhiali da vista, aiuto nella costruzione della Cappella, riparazione dei bagni della scuola, distribuzione di viveri, visita alle attività dei Giovani volontari haitiani (di seguito “Giovani”) con i bambini. Io ed altri desideriamo dedicarci proprio a questo ambito.

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Sant’Egidio my looove… Sant’Egidio ma viiie…” è il ritornello di una canzone che da giorni risuona nella mia mente. Durante le attività con i Giovani, i bambini cantano le stesse canzoni a ripetizione, ballano in cerchio, colorano, giocano con ciò che trovano in strada. La matematica si studia poco e a memoria, se non ricordi vieni umiliato e punito fisicamente. Mi sorprende notare il modo in cui i Giovani giocano con i bambini: usano le loro stesse modalità, oserei dire che siano in competizione con loro.

Dopo un paio di giorni in cui osserviamo e partecipiamo alle loro attività, decidiamo di proporre ai bambini e ai Giovani qualcosa di nuovo, costruttivo e utile per favorire l'apprendimento. D'altronde siamo qui anche per questo, giusto? Al primo tentativo veniamo interrotti da un corso di ballo che si tiene in questa stessa aula, bambini e Giovani si dileguano all'istante. Pensiamo di proseguire il giorno seguente ma non sarà così: nessuno sembra essere interessato a quello che proponiamo. I bambini seguono le nostre attività ma per pochi minuti prima di tornare a fare ciò che conoscono: cantare le stesse canzoni a ripetizione e ballare in cerchio. I Giovani li incitano e sembra si divertano anche più di loro.

Prima della partenza ci era stata data la possibilità di definire un ambito di attività in base ai nostri interessi e competenze. Ci era stato spiegato che avremmo potuto avere uno scambio costruttivo con le persone del posto che lavorano con i bambini. Tuttavia qualcosa non va. È possibile che loro non capiscano chi siamo e cosa vogliamo? Che non intuiscano il nostro punto di vista o semplicemente non interessa? Forse si sentono addirittura spodestati del loro ruolo educativo? Ma allora cosa vorrebbero da noi, ammesso che vogliano qualcosa?

Chiediamo un incontro con il gruppo di Giovani, desideriamo spiegare le nostre perplessità e il nostro punto di vista, parlare dei bisogni psicoeducativi dei bambini, delle attività e obiettivi da raggiungere in ogni classe scolastica, delle modalità di interazione più adeguate… ma ci troviamo confrontati con lo sfogo dei loro problemi personali e una richiesta insistente di materiale scolastico e soldi per gli stipendi.

Ecco quali sono i loro bisogni in questo momento. La verità è che stavamo offrendo loro qualcosa che non ci avevano chiesto. Non stavamo rispondendo ai loro bisogni ma a quelli che noi pensavamo fossero. Li informiamo che il materiale scolastico verrà consegnato nei giorni seguenti; loro ci dicono che servirà a poco perché i bambini sono tanti di più. Alle altre richieste non possiamo fare fronte. Sono delusi e ci rendiamo conto che non capiscono cosa siamo venuti a fare.

INA Progetti Psicosociali Isabella Cassina

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Oggi siamo diretti alle cascate, attorno a noi c'è una natura stupenda. I pellegrini vengono qui per liberarsi dal malocchio. Il popolo di Haiti crede nelle maledizioni, nelle fatture, negli zombie. Una bambina da mesi soffre di dolori lancinanti alla testa, corre e urla di dolore; gli abitanti dicono “si comporta come se avesse il diavolo in corpo!” quindi non ci sono delle cure. Un ragazzino caduto senza forze sulla strada rovente avvolto in una pezza nera è uno zombie e viene lasciato morire perché la malattia e la povertà sono colpa sua.

Siamo a metà luglio, l’attività della giornata è la raccolta dei rifiuti nelle strade del paese. I luoghi puliti sono più belli e salutari. Abbiamo preparato dei contenitori colorati per ogni tipologia di rifiuto. Gli adulti e i ragazzini che partecipano all'attività sono molto pochi. Alcuni bambini si divertono a prenderci in giro, ci imitano raccogliendo qualcosa da terra e la ributtano girato l’angolo.

Qualche giorno dopo visitiamo il carcere in occasione di una ricorrenza annuale. Le donne nella Casa Parrocchiale hanno preparato i pasti, noi aiutiamo a distribuirli ai carcerati. Ci sono una dozzina di celle disposte in cerchio e decine di persone nella stessa cella, mani e gambe escono dalle sbarre per mancanza di spazio. Un catino nell'angolo funge da wc. Distribuiamo anche del materiale: dentifricio, spazzolino, sapone, bende igieniche, giochi da tavolo. Ce ne sono per tutti ma entro qualche mese saranno finiti e quindi saremo daccapo.

La fine del viaggio è vicina. Il gruppo di volontari si aggiorna sulle attività e definisce con il Père come utilizzare i fondi raccolti prima della partenza. A fine luglio raccogliamo le nostre cose, ringraziamo e partiamo. Nella testa ho tante domande, non mi sono chiarita le idee e, al contrario di altri, non mi sento in pace con me stessa. Penso all’uomo che a tre giorni dalla messa dipinge il soffitto della chiesa senza coprire panchine e pavimento e poi chiede aiuto per scrostare la vernice. Chi glielo spiega che può fare diversamente? Ma forse infondo non è indispensabile farlo.

Volevamo entrare al più presto in contatto con la gente del posto, avere degli scambi costruttivi e risolvere parte dei loro problemi. Non credo sia andata così, o almeno non completamente. Penso invece che esistano missioni più efficaci di altre. Agire seguendo solo il cuore, partire per fare qualsiasi cosa pur di dare una mano è un gesto nobile ma non è sempre la cosa più opportuna da fare né tanto meno quella più efficace. Quando sorridi a un bambino e lui ricambia pensi di essere nel posto giusto al momento giusto ma la domanda è: cosa dai davvero a quel bambino? Quando rientri a casa tua, a lui cosa resta?

Vogliamo vedere con i nostri occhi e poter dire di essere stati coraggiosi ad andare in quel posto lontano, renderci conto di quanto siamo fortunati per quello che abbiamo, rubare immagini e fotografie da condividere sui social network. Ma questo non ha forse il sapore dell'egoismo? C’è chi dice che il volontariato non esiste, che si tratta di una voglia irrefrenabile di appagare un proprio bisogno. Sia chiaro che non c’è comunque niente di male! Ma allora dobbiamo avere il coraggio di ammettere e spiegare a noi stessi e agli altri quello che stiamo facendo.

I volontari desiderano migliorare il mondo, anche solo una piccola parte di esso. Ma per ogni cambiamento, anche il più piccolo, servono tempo e competenze e soprattutto la volontà e il coinvolgimento di chi ne è direttamente implicato. Aver voglia di fare volontariato non basta.

Lugano, giugno 2016

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