Pubblicazioni

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Journal of Eastern Psychiatry (en)

Mochi Claudio, Journal of Eastern Psychiatry, Vol. 1&2, February-August 2009, Trauma repetition: intervention in psychological safe places, p. 75.

Play Therapy Magazine di APT USA (en & ita)

Mochi Claudio & VanFleet Rise, Play Therapy Magazine, Vol. 4, December 2009: Roles Play Therapist Play. Post disaster engagement and empowerment of survivors.

La traduzione di questo articolo in italiano è disponibile e può essere richiesta qui.

The National Psychologist (en)

VanFleet Rise & Mochi Claudio, The National Psychologist, Nov/Dec 2010: Post Disaster Roles for Psychologists.

Rivista di Play Therapy dell'APTI (ita)

rivista apti associazione play therapy italiaIn occasione del 10° anniversario dei nostri colleghi dell'Associazione per la Play Therapy Italia APTI, dall'autunno 2019 è disponibile la 1a Rivista di Play Therapy in lingua italiana, un periodico che presenta contenuti innovativi e verificati che permettono ai professionisti del settore e agli interessati di restare aggiornati ed ampliare le proprie conoscenze sull'affascinante mondo della Play Therapy, del Gioco Terapeutico e della loro applicazione effettiva.

La rivista può essere ordinata tramite Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.. Gratuita per i Soci APTI (vedi Informativa Soci [09_2019]).

Collana di racconti

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Perché pubblicare una serie di racconti?

La collana di racconti Le avventure di Ina esprime il desiderio dell'Associazione di creare una serie di strumenti versatili, completi ed altamente efficaci ad uso dei genitori ed dei professionisti dell'infanzia.

Alla fine di ogni storia, le flashcard offrono un percorso basato sui principi della Play Therapy che consente ai bambini di prendere parte ad un processo dinamico e costruttivo con il coinvolgimento di un adulto significativo. Le attività proposte sono infatti modellabili in base alle capacità dei bambini e agli obiettivi definiti da genitori e/o professionisti.

I libri così composti sono ideali per una semplice lettura come per lo svolgimento di attività individuali, familiari e di gruppo incluso il contesto scolastico, educativo e riabilitativo.

 

Ti informiamo che l'acquisto diretto dei libri tramite l'Associazione permette di devolvere l'intero ricavato a favore dei progetti di INA.

Se volessi approfondire l'argomento?

INA offre la possibilità a genitori e professionisti di seguire dei workshop che includono un'introduzione all'ambito della Play Therapy Narrativa - un approccio che propone l'utilizzo integrato del potere della narrazione all'interno di interventi evolutivamente adeguati e basati sul gioco - e un approfondimento pratico attraverso l'analisi e l'elaborazione in prima persona del racconto e delle relative schede didattiche.

In ambito scolastico, educativo e riabilitativo, esiste inoltre la possibilità dell'intervento in sede di uno Specialista in Gioco Terapeutico.

Volume I: La Casa magica, Ed. Manni 2016

La Casa magica è una storia per chi crede nella magia, che trasforma la paura in coraggio e permette di sprigionare la propria fantasia.

La storia narra di un bambino che vive con la sua famiglia, gioca felice nel cortile con i fratelli, un cane marrone e un morbido coniglio bianco e non vede l’ora di iniziare la scuola. All'improvviso deve partire per un viaggio imprevedibile...

La Casa magica, scritto ed illustrato da Isabella Cassina, Specialista in Gioco Terapeutico, è un supporto psicoeducativo di alta qualità per bambini, genitori e professionisti dell'infanzia.

Alla fine della storia, le flashcard offrono un percorso basato sui principi della Play Therapy che consente ai bambini di prendere parte ad un processo dinamico e costruttivo con il coinvolgimento di un adulto significativo.

Articoli online

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© INA Play Therapy. Tutti i diritti sono riservati. Gli articoli in questa sezione possono essere copiati interamente o in parte solo includendo il copyright e i singoli riferimenti come indicati in www.play-therapy.ch.

Play Therapy: il gioco come comunicazione

MOCHI CLAUDIO | Articolo pubblicato in originale il 7 Dicembre 2009 sulla rivista online Genitoricrescono.

Abbiamo conosciuto il Dott. Claudio Mochi al Momcamp di Roma ed il suo intervento ci ha colpito molto. Così, in questo mese dedicato al gioco, gli abbiamo chiesto di scrivere questo articolo per illustrarci cos’è la Play Therapy, della quale si occupa professionalmente con l’APTI Associazione per la Play Therapy Italia, per farci capire le potenzialità del gioco come linguaggio dei bambini e come chiave per stabilire una comunicazione con loro, anche nelle situazioni più problematiche.

 

INTRODUZIONE ALLA PLAY THERAPY

La Play Therapy è un ampio settore di intervento terapeutico ed educativo che si fonda sul gioco come mezzo per aiutare i propri clienti e gestire e/o risolvere i problemi e raggiungere i propri obiettivi.

Anche se non diffusa in maniera uniforme in tutto il mondo la Play Therapy è comunque una pratica conosciuta ed applicata in molti Paesi, in particolare in Nord America, Nord Europa, Corea del Sud e Giappone.

Il gioco, infatti, è da tempo utilizzato in ambito terapeutico. La prima persona ad utilizzare in maniera formale il gioco associandolo all'interazione verbale fu Hermine von Hug-Helmut, una studentessa di Freud. Hug-Helmut nel 1920 scrisse un articolo nel quale evidenziava come i bambini trovassero sollievo e aiuto non tanto nell'intuizione e apprendimento cosciente quanto nel gioco. Da quel momento in poi il ricorso al gioco nella pratica clinica con i bambini si è enormemente sviluppato. Attualmente esistono una varietà di approcci diversi tra cui la Play Therapy Psicoanalitica, Adleriana, Centrata sul Cliente, Cognitivo-Comportamentale, Ecosistemica, Filial (Genitore-bambino), Prescrittiva, etc. che utilizzano i principi terapeutici del gioco nella pratica clinica non solo con bambini anche al di sotto dei tre anni ma anche con adolescenti ed adulti.

Charles Schaefer, una delle figure di riferimento più importante nella Play Therapy, sostiene che la forza della Play Therapy risiede proprio in questa diversità e che questa sia un riflesso della moltitudine di meccanismi terapeutici di cambiamento inerenti al gioco.

 

LIVELLI DI PLAY THERAPY

L’aspetto comune a ciascun modello di Play Therapy è quello di utilizzare il gioco più che la parola come principale mezzo di comunicazione. Non tutte le attività ludiche che coinvolgono un adulto e un bambino possono considerarsi Play Therapy, anche se generano comunque effetti positivi.

Si parla di play around quando un adulto gioca semplicemente con uno o più bambini.

Nelle situazioni in cui il gioco è utilizzato come mezzo per favorire la realizzazione di un altro intervento si parla di play work. Un esempio di play work è l’adattamento del gioco a contesti come quelli medici nei quali si utilizzano delle attività ludiche per consentire al bambino di sottoporsi a procedure mediche con minor tensione e sofferenza. Un’attività classica è il gioco in cui il bambino assume il ruolo del dottore e sottopone personale ospedaliero, marionette e bambolotti ad una serie di visite ed interventi medici. Questo gioco non solo diverte e distende il bambino ma gli permette anche di sperimentare un’esperienza di controllo in una situazione in cui di solito non ne ha alcuno.

Diversamente dalle precedenti attività, la Play Therapy si realizza quando il gioco è utilizzato come processo terapeutico, nel senso che attraverso di esso si individuano prima difficoltà e obiettivi e poi si intraprende un processo attraverso il quale il cliente sarà aiutato a superare le proprie difficoltà e raggiungere uno sviluppo più pieno e positivo.

 

PERCHÉ UTILIZZARE LA PLAY THERAPY?

Il gioco è il linguaggio naturale dell’infanzia ed è anche il mezzo che consente lo sviluppo pieno delle abilità cognitive, motorie, emotive e sociali del bambino oltre ad essere la modalità intuitiva attraverso cui il bambino gestisce e si adatta ai cambiamenti.

Gli approcci basati sul gioco forniscono i seguenti benefici:

• Assicurano sicurezza e controllo.
• Permettono la libera esplorazione di se stessi.
• Promuovono padronanza e capacità nella risoluzione dei problemi.
• Sostengono una moltitudine di processi di sviluppo.
• Favoriscono il sollievo dallo stress.
• Contribuiscono allo sviluppo dei processi di autoregolazione.
• Consentono la costruzione di un attaccamento sicuro e delle relazioni.

Inoltre, rispetto ad un’ampia varietà di problematiche, la Play Therapy rappresenta una scelta ideale in quanto:

• Numerose ricerche ne sostengono l’efficacia sia in relazione ad un’ampia varietà di problemi che nell'acquisizione di comportamenti desiderati e specifiche abilità.
• Si basa su un ampio repertorio di approcci e attività che rendono gli interventi adattabili a contesti(scuola, asili, campi estivi, ospedali, studi privati, etc.) e situazioni diverse (in circostanze ordinarie o in situazioni di emergenza).
• Le attività espresse attraverso il gioco sono sempre appropriate e in sintonia rispetto al livello evolutivo dei clienti.
• Coinvolge e diverte consentendo inoltre di superare resistenze e difese.

 

CHE COSA SI FA PRATICAMENTE?

Le attività variano molto in base all'impostazione del Play Therapist e come sempre più spesso avviene in base alle esigenze del cliente.

Negli interventi che vengono ricondotti al settore denominato non direttivo, il Play Therapist seleziona con attenzione i giocattoli nella stanza dei giochi per aiutare i bambini ad esprimere una varietà di sentimenti e problemi. Sarà poi il bambino a scegliere quali giocattoli utilizzare ed anche il modo con cui intende giocarvi. Il Play Therapist segue empaticamente l’iniziativa del bambino unendosi a giochi di finzione e immaginazione quando invitato dal bambino e fornisce nei momenti opportuni i limiti per tutelarne l’integrità fisica e favorire l’esercizio e lo sviluppo dell’autocontrollo. L’intero lavoro del Play Therapist è rivolto a creare un’atmosfera sicura nel quale il bambino si senta libero di esprimere se stesso, provare cose nuove, apprendere regole e restrizioni sociali, affrontare ed elaborare i propri problemi.

Nell'ampio settore dei modelli direttivi è invece il Play Therapist a proporre, di volta in volta, le attività di gioco in base al piano terapeutico che ha formulato.

Un’altra forma di Play Therapy è quella Familiare. In questa tipologia di interventi è l’intera famiglia ad essere coinvolta in giochi e attività ludiche. Una forma particolare di intervento Familiare è la Filial Therapy. In questa modalità estremamente efficace, i genitori divengono gli agenti principali nel trattamento dei propri figli, in quanto vengono formati dal Play Therapist ad attuare delle sessioni di gioco non direttivo (centrate sul bambino) con i propri figli.

Ogni attività è comunque adattata al livello di sviluppo del bambino per cui con il crescere dell’età e l’ulteriore sviluppo del linguaggio e delle capacità cognitive si utilizzano modalità di Play Therapy adeguate, in cui il linguaggio assume progressivamente una proporzione maggiore rispetto al gioco.

 

STRUMENTI DEL MESTIERE

Anche gli strumenti del mestiere variano a seconda dell’approccio e del tipo di lavoro che si intende eseguire. Solitamente il Play Therapist adotta le seguenti considerazioni quando inserisce degli oggetti nella stanza dei giochi:

• L’articolo è sicuro per il bambino?
• Incoraggia l’espressione dei sentimenti dei bambini o dei temi?
• Permette l’utilizzo proiettivo o immaginativo da parte del bambino?

Tra gli articoli più comuni che si trovano nella stanza dei giochi troviamo:

Giochi relativi alla famiglia e all'accudimento (famiglia di bambole, marionette e pupazzi assortiti, casa delle bambole, etc.).
Giochi relativi all'aspetto aggressivo (pistole con freccette morbide dal chiaro aspetto di giocattolo, soldatini, animali spaventosi, etc.).
Giochi di costruzione.
Giochi espressivi (matite colorate, pennarelli con carta da disegno, argilla, play-doh o altre sostanze modellanti, vassoio per il gioco della sabbia, miniature e modellini).
Altri giochi multiuso (modellini, giochi da tavolo, ecc.).

Scatti d'ira nei bambini e Play Therapy

MOCHI CLAUDIO | Articolo pubblicato in originale l'8 Novembre 2011 sulla rivista online Genitoricrescono.

Abbiamo chiesto al nostro esperto di Play Therapy, Claudio Mochi, dell’Associazione per la Play Therapy Italia di parlare di rabbia nei bambini, presentando dei casi “tipici”. Ovviamente i bambini in questione non esistono realmente, o forse si, sono ciascuno dei nostri figli, in un qualche momento del loro tortuoso sviluppo.

 

Flavia ha 5-7 anni. E’ una bambina molto intelligente e molto attiva. In generale è collaborativa, ma ci sono dei momenti in cui ha scatti di rabbia se viene contraddetta o se qualcosa non va nel modo giusto. I genitori sono preoccupati perché quando ha delle crisi può arrivare a picchiare o graffiare chi le sta vicino, inclusi i genitori stessi. I genitori non hanno mai usato la forza su di lei, e non sanno come gestire queste crisi. La Play Therapy può aiutare i genitori di Flavia a parlare della rabbia, e a trovare modi alternativi di gestirla?

I bambini hanno più difficoltà rispetto ad un adulto ad esprimere le proprie frustrazioni o delusioni attraverso le parole. “Una delle sfide dell’infanzia è quella di apprendere a gestire i normali impulsi aggressivi e canalizzarli in modalità prosociali” (VanFleet, Sywulak and Caparosa Sniscak, 2010). È molto difficile modulare l’espressione di quelle emozioni, come paura e frustrazione, che possono dar vita a manifestazioni di aggressività.

Esistono moltissime varietà di attività di gioco attraverso cui i bambini possono apprendere a gestire la propria ira. Attraverso il gioco il bambino apprende alcune nuove competenze e tende poi ad applicarle nella vita di tutti i giorni.

In uno spazio CCPT (Child-Centered Play Therapy), Flavia avrebbe modo di esprimere in maniera non distruttiva le proprie forti emozioni. Lo spazio di gioco speciale rappresenta un contesto formidabile per potersi esprimere liberamente, fornendo altresì la situazione ideale in cui esercitarsi al rispetto di alcuni basilari limiti (rispetto alla sicurezza personale, del partner di gioco e degli oggetti inclusi nello spazio di gioco).

Nell’insieme si viene a creare una situazione ideale per cercare modalità più adatte e creative per l’espressione dei propri sentimenti. Durante la sessione il terapeuta pratica anche l’ ascolto empatico attraverso il quale vengono rispecchiati al bambino i sentimenti che esprime durante la sessione. Questa attività svolta con un commento di fondo durante l’intera sessione, aiuta inoltre il bambino a comprendere meglio quello che gli accade, i propri sentimenti ed i propri bisogni.

Per concludere potremmo anche aggiungere che essere ascoltati e avere al contempo attenzione incondizionata disincentiva il ricorso a modalità espressive esagerate.

Parlare della morte con i bambini: come e perché

MOCHI CLAUDIO | Articolo pubblicato in originale il 31 Marzo 2010 sulla rivista online Genitoricrescono.

Con questo articolo del Dott. Claudio Mochi, psicologo esperto di Play Therapy, completiamo l’argomento che ho introdotto, in modo più privato e personale, con questo post. Vi avevo raccontato la nostra esperienza nel parlare di morte a un bambino molto piccolo, per la necessità di farlo. Il Dott. Mochi ci aiuta ad affrontare tutti i casi in cui i bambini chiedono spiegazioni sulla morte e ci suggerisce i modi e le parole per farlo. Senza trascurare l’esperienza del gioco come espressione essenziale per i bambini, argomento che è al centro della sua attività nell’Associazione per la Play Therapy Italia.

 

PERCHÉ PARLARNE?

Come molti genitori sanno e molti altri scopriranno presto i bambini nella propria ricerca di conoscenza e di significato del mondo rivolgono ai propri genitori molte domande.

In questo percorso di conoscenza è molto probabile che prima o poi si venga interrogati su un tema molto sensibile come quello della morte. Il bambino che desidera affrontare questo argomento con i propri genitori, anche se può apparire strano e sconcertare alcuni, rappresenta solo il suo tentativo di ampliare la propria comprensione del mondo.

Il bambino apprende osservando, sperimentando, giocando e domandando. Il genitore disponibile a parlare della morte aiuta suo figlio a comprendere “gradualmente” la morte come un evento naturale che è nell’ordine delle cose. Parlare della morte, inoltre, aiuta a preparare il bambino a possibili perdite che potrebbero verificarsi nel corso dell’infanzia.

Non si intende scoraggiare nessuno dicendo che non sarà certamente con “una” discussione che si riuscirà ad esaudire tutte le questioni relative a questo tema. Saranno invece le informazioni che di volta in volta verranno fornite e spesso “ripetute” che faciliteranno il processo di comprensione di un tema così difficile.

 

COSA DIRE

Una volta che si è condivisa l’idea che sia utile e importante parlare della morte con i propri figli si può iniziare a pensare su cosa si voglia dire. Solitamente rispetto a questo argomento i genitori veicolano dei contenuti sulla base dei propri valori delle proprie convinzioni. A questo riguardo alcune ricerche documentano il beneficio che traggono nel gestire il lutto i bambini a cui vengono trasferiti i valori religiosi e le convinzioni spirituali dei genitori.

Indipendentemente dai contenuti che si vogliono veicolare un accorgimento necessario è adeguare il livello di comunicazione all’età del bambino. Ad esempio i bambini fino a tre anni sono ancora troppo piccoli per parlare di questo tema. È dopo i tre anni che gradualmente, in base anche alle esperienze di vita, i bambini iniziano a familiarizzare con il concetto della morte. Fino a quasi sei anni, la morte è intesa come un qualcosa legata alla tristezza e alla separazione. Dai sei ai nove anni si inizia ad associare la morte invece a fantasie paurose che possono avere come protagonisti scheletri e fantasmi. Non è raro che queste fantasie possano turbare le notti dei bambini. In questo periodo la morte inizia ad apparire come un evento irreparabile e da cui non si torna indietro, ma non è ancora percepito come qualcosa di inevitabile e che riguarda ogni forma vivente. Questa consapevolezza maturerà dai nove ai dodici anni. In questa fase della vita il bambino comprende che come tutti gli esseri viventi anche lui morirà un giorno.

 

COME AFFRONTARE IL DISCORSO

Adeguare i propri contenuti al livello di comprensione del bambino è fondamentale, inoltre anche osservare alcuni accorgimenti potrebbe favorire questo genere di comunicazione. È utile ad esempio che il genitore si trovi a proprio agio nel trattare questo argomento e che lo ponga come una naturale realtà del ciclo della vita. Tenendo a mente che fino all’età di nove anni le capacità di astrazione del bambino sono limitate è importante cercare di essere concreti e diretti, facendo riferimento quando possibile all’esperienza diretta del bambino. Ad esempio l’andamento delle stagioni in natura può essere utile come riferimento, cosi come il ciclo di vita di fiori e piante in casa può essere un utile strumento per introdurre il concetto delle caducità delle cose. Prima di rispondere ad alcun argomento si dovrebbe cercare comunque di capire bene ciò che viene richiesto evitando di aggiungere troppe informazioni. Nell’eventualità che il bambino dovesse chiedere “quando morirai?”, il genitore potrebbe rassicurarlo dicendo ad esempio “sei preoccupato all’idea che io possa morire, sappi che conto di vivere per molto tempo ancora”.

In poche parole è importante essere rassicuranti, apparire naturali e come già osservato comunicare in modo appropriato rispetto all’età del bambino. Insieme a questo, nel tentativo di spiegare i propri concetti, si potrebbe anche cercare di evitare alcune associazioni di idee. Associare il sonno alla morte potrebbe non essere una buona idea. Il bambino potrebbe iniziare ad avere paura di addormentarsi o che i genitori non si risveglino. Anche spiegare la morte come un lungo viaggio oppure come il partire per un meta lontana potrebbe generare la paura che la persona amata in partenza non faccia ritorno. Se, inoltre, si volesse spiegare che a morire sono le persone malate è importante precisare che solo coloro che sono molto ammalati corrono questo rischio.

 

UNA TRISTE EVENTUALITÀ: LA MORTE DI UNA PERSONA CARA

Può accadere che anche nella prima infanzia un bambino debba affrontare la perdita di una persona cara. Come per gli adulti nelle medesime circostanze, nonostante la giovane, età anche per i bambini la questione più importante diviene accettare l’evento ed elaborare il lutto. In questo doloroso processo il ruolo che i genitori possono svolgere è fondamentale. È infatti molto importante ciò che i genitori possono fare sia prima che dopo l’evento funesto. Ad esempio nella triste eventualità di un proprio caro gravemente malato potrebbe accadere che i genitori con il proposito di difendere i propri figli dal dolore e dalla sofferenza cerchino di limitare o escludere il contatto tra il proprio bambino con la persona ammalata. Questa lodevole intenzione potrebbe in realtà limitare, se non compromettere, l’espressione delle forti emozioni che il bambino prova, rendendo al contempo più difficile la preparazione all’evento prossimo. Il bambino si vedrebbe privato della possibilità di rendersi conto della situazione, di comunicare quello che sente e talvolta anche di comunicare il proprio addio.

Se escludiamo i bambini in età prescolare sarebbe opportuno favorire la frequentazione della persona cara persino in ambienti difficili come può essere quello di un ospedale. In queste circostanze è però consigliabile preparare il bambino sullo stato della persona che andrà a visitare e su eventuali strumentazioni mediche che potrebbero essere presenti nell’ambiente. Nel raccontare lo scenario che il bambino sarà prossimo ad osservare è d’aiuto fare riferimento all’esperienze di vita del bambino stesso. Ricordando ad esempio la volta in cui è stato male, quando si sentiva tanto debole e non poteva lavarsi. A quel punto si potrebbe dire ”vedi Nonna è stata a lungo male, ha perso molto peso e la troverai a letto con i capelli in disordine”. Se nell’ambiente sono presenti degli strumenti si potrebbe pensare di acquisirne dei modelli giocattoli e fare in modo che il bambino giocando possa familiarizzare con questi oggetti. Se non vi sono limitazioni di natura sanitaria è importante, inoltre, senza mai esercitare alcuna forzatura, favorire il contatto fisico con il proprio caro, facendo anche in modo che il bambino in qualche modo possa sentirsi utile realizzando anche piccoli favori alla persona malata.

 

IL LUTTO DEL BAMBINO

Il ruolo del genitore una volta che l’evento è accaduto è quello di darne comunicazione in modo chiaro e diretto, offrendo conforto fisico, con un caloroso abbraccio ad esempio.

È un momento duro e difficile in cui il bambino avrà bisogno di due elementi in particolare: rassicurazione e sostegno nell’elaborare i propri sentimenti.
Il genitore offrendo con generosità la propria presenza e occupandosi dei bisogni del bambino lo aiuterà a ristabilire con gradualità un senso di sicurezza nel mondo. Esprimere i propri sentimenti durante il lutto è molto difficile per chiunque, ancora di più per i bambini, per questo il ruolo dei genitori può essere di grande supporto anche in questo senso.

A questo riguardo il genitore può dare voce a quello che il bambino sembra chiaramente provare dicendo ad esempio “ti addolora molto la mancanza di Augusto”. In questa fase è altresì importante evitare di censurare quello che il bambino può esprimere parlando di quello che prova. In circostanze del genere è facile che venga espressa rabbia nei confronti della persona deceduta o senso di colpa per la sua morte. Andrebbe pertanto evitato di limitare sfoghi che sembrano anche fuori luogo o con toni esagerati, cercando invece di mantenere una comunicazione empatica dicendo ad esempio “fa tanta rabbia anche a me che non ci sia più Cinzia”. Non dovrebbe essere dimenticato, inoltre, quanto il gioco sia importante per ciascun bambino. “Il gioco offre ai bambini la possibilità di cambiare la propria passività di fronte agli eventi in attività e creatività. Nel gioco i bambini possono essere pienamente se stessi, elaborare e padroneggiare gli eventi critici” (Mochi, 2009). Il genitore potrebbe pertanto favorire opportunità di gioco libero e non strutturato in cui il bambino possa esprimere, senza utilizzare necessariamente parole, i propri sentimenti più profondi.

Anche giocare insieme può essere uno strumento utile per favorire l’elaborazione del lutto. Giocando ad esempio con marionette ed altri pupazzi il genitore potrebbe chiedere cosa sente questo o quel determinato personaggio. Anche il disegno e la scrittura possono essere utili in tal senso. Si può coinvolgere il proprio bambino a realizzare dei disegni della persona defunta, a scrivere dei pensieri o una lettera d’addio oppure nel realizzare un album che raccolga disegni, foto e le memorie più care.

Offrire sicurezza, sostegno nell’esprimere i propri sentimenti, ricordare la persona scomparsa sono aspetti che possono aiutare il bambino ad affrontare il proprio dolore e ciascun genitore può cercare il proprio personale ed unico modo per proporre il proprio supporto.

Per concludere, nessun genitore è in grado di evitare ai propri figli la sofferenza che deriva da eventi traumatici come la morte. Attraverso il loro sforzo è però possibile che i bambini giungano preparati all’occorrenza di alcuni eventi dolorosi e che possano essere sostenuti e facilitati nel loro processo di elaborazione di tali avvenimenti.

Comportamento oppositivo e Play Therapy

MOCHI CLAUDIO | Articolo pubblicato in originale il 17 Novembre 2011 sulla rivista online Genitoricrescono.

Un nuovo post del nostro esperto di Play Therapy, Claudio Mochi, dell’Associazione per la Play Therapy Italia in cui parliamo di comportamento oppositivo nei bambini piccoli. Giovanni è un bambino di fantasia usato per descrivere il comportamento immaginario tipico di molti bambini di 3 anni.

 

Giuseppe, 3 anni, non vuole collaborare per prepararsi la mattina. Si innescano meccanismi di urla della mamma, e pianti del bambino. Giuseppe è in piena fase oppositiva e rifiuta qualsiasi forma di collaborazione. La Play Therapy può venirci incontro?

Il comportamento oppositivo è di per sé un elemento che nel corso dello sviluppo dei bambini è naturale osservare ed è solitamente un fenomeno transitorio. Nella più rara circostanza in cui tale modalità dovesse permanere per un periodo di tempo, allora, tale comportamento può strutturarsi in un vero e proprio schema che potrebbe nel corso degli anni evolvere anche in disturbi piuttosto significativi. L’opposizione è spesso una modalità attraverso la quale il bambino cerca di guadagnare il controllo rispetto al proprio contesto. Si ricerca il controllo spesso quando si percepisce una situazione incerta e insicura che produce ansia e tensione.

Nel caso di Giuseppe è difficile comprendere se stia attraversando una fase evolutiva per cui sente il bisogno di affermarsi oppure se nel suo contesto vi siano delle situazioni che destano preoccupazione. In ogni caso se avesse l’opportunità di maturare esperienze di sicurezza e controllo attraverso delle periodiche sessioni di gioco centrate sul bambino, Giuseppe avrebbe meno necessità di porsi in una situazione di sfida con i propri genitori. L’efficacia di questo tipo di intervento è supportato inoltre dal lavoro svolto in parallelo con i genitori. Nella Child-Centered Play Therapy (CCPT) i genitori sono considerati dei collaboratori indispensabili, per cui in circostanze simili potrebbe risultare molto utile lavorare insieme per capire in quale circostanze si realizzano le situazioni di conflitto, nell’elaborare come gestire le situazioni critiche e più in generale su come gestire la definizione di limiti e delle regole individuando quale siano le regole da rispettare, chiarendo come comunicarle e come fare in modo che vengano rispettate.

Bambini aggressivi: genesi del comportamento aggressivo

MOCHI CLAUDIO | Articolo pubblicato in originale il 31 Marzo 2010 sulla rivista online Genitoricrescono.

 

GENESI DEL COMPORTAMENTO AGGRESSIVO

“La violenza cronica, sia verbale che fisica, non avviene senza contesto di riferimento. Si sviluppa nell’infanzia e di solito progredisce nell’età adulta”. Le variabili che dovrebbero essere considerate sono molte tra cui quelle psicologiche, economiche, relative all’ambiente sociale (modelli familiari di aggressività, comportamento deviante dei pari), biologiche e relative a fattori di rischio collegati allo sviluppo.

Nonostante molti autori riconoscano l’influenza di vari fattori ognuno propone spiegazioni psicologiche diverse circa lo sviluppo di alcuni atteggiamenti.

Autori che hanno come riferimento il modello cognitivo comportamentale, sostengono che i bambini aggressivi, rispetto agli altri, avrebbero deficit significativi e distorsioni importanti nel processare le informazioni. Per Mpofu e Crystal (2001) molti stimoli ambigui sarebbero pertanto interpretati come ostili, mentre per Steinberg (2003) sarebbero le limitazioni nella percezione delle interazioni sociali che determinerebbero concetti e convinzioni antisociali.

Thompson (2002), invece, ipotizza che in questa tipologia di persone il legame primario con la madre, o con altra persona che si prende cura del bambino in sostituzione della madre, è stato interrotto, o peggio, ha influenzato lo sviluppo di modelli comportamentali antisociali nei bambini.

Il fallimento nello sviluppo di un’esperienza interiore di attaccamento servirebbe pertanto ad incoraggiare e mantenere il comportamento antisociale.

S. Riviere (2006) sostiene che siano due gli elementi più influenti nel determinare l’attitudine di questi bambini: le caratteristiche del bambino stesso (livello di attività, capacità di concentrazione, controllo degli impulsi, emotività, socievolezza, capacità di risposta agli stimoli, propensione ad assumere le abitudini, eventuali peculiarità nelle caratteristiche fisiche, abilità di sviluppo) insieme a quello che definisce la storia di apprendimento del bambino. Per apprendimento del bambino intende tutto quello che ha appreso nella sua vita dentro e fuori casa, in famiglia, a scuola, con gli amici, alla televisione, ecc., comprendendo tutte quelle cose che i genitori non avrebbero certo desiderato che imparasse.

 

MODALITÀ DI INTERVENTO 

Nel pianificare un intervento rivolto a diminuire l’aggressività bisognerebbe considerare una questione importante: sin dall’età di 18 mesi i bambini iniziano a manifestare marcate differenze rispetto a comportamenti di tipo aggressivo, per cui alcuni bimbi più di altri tendono in situazioni che generano rabbia e frustrazione a colpire, spingere e a lanciare oggetti.

Questi ed altri comportamenti aggressivi continueranno ad essere esibiti per tutto il periodo prescolare aumentando di intensità fino a raggiungere il momento culminante all’asilo, per poi decrescere nel periodo delle scuole elementari.

Archer e Cote (2005) hanno notato che la tendenza dei bambini è quella di diventare meno violenti con il trascorrere degli anni. Gli stessi autori hanno anche documentato come sia piuttosto raro riscontrare l’insorgere del comportamento aggressivo problematico nel periodo compreso tra i 2 e gli 11 anni. Tale tendenza apparirebbe evidente in epoche precedenti e sarebbe pertanto possibile in età precoce identificare con discrete possibilità di successo quei bambini che nel periodo di latenza o nell’adolescenza esibiranno problemi relativi a condotte aggressive.

Una quota rilevante di bambini (a seconda delle ricerche il 42% o il 75%) che hanno mostrato problemi di condotta aggressiva nella prima infanzia rimarrebbero tendenzialmente aggressivi nel corso di tutta l’infanzia. Inoltre, bambini che hanno manifestato precoci condotte aggressive tendono a commettere comportamenti violenti più gravi rispetto agli altri.

Queste considerazioni sostengono l’idea che un intervento d’elezione sarebbe quello di favorire in età precoce lo sviluppo di abilità che possano ridurre la necessità di agire in maniera violenta nel loro ambiente. Una modalità interessante a tale riguardo è quella di affiancare all’importantissimo e basilare tempo di gioco libero, lo sviluppo di attività di gioco strutturate che promuovano in tutti i bambini empatia, abilità sociali e rafforzino l’autostima.

Nelle situazioni in cui il problema appare invece evidente è opportuno pianificare un intervento che sarà tanto più efficace quanto prima verrà avviato. Nel seguente paragrafo verranno presentate alcune diverse tipologie di trattamento. Uno spazio maggiore verrà riservato a quelle modalità che utilizzano il linguaggio dei bambini: il gioco.

 

INTERVENTI POSSIBILI

- Uno dei modelli di intervento più utilizzati è quello fondato sulle tecniche cognitive comportamentali, il cui scopo è quello di intervenire sulle distorsioni e i deficit nell’interpretare le informazioni. Protocolli di questo tipo sono molto applicati anche se vengono ritenuti maggiormente efficaci con adolescenti.

- Un altro intervento è la terapia della sostituzione dell’aggressione (aggression replacement therapy). Questa tipologia di intervento psicoeducativo prevede la combinazione di principi cognitivi comportamentali con attività di tipo educativo. Nei ragazzi che frequentano questi programmi si riscontra oltre ad una diminuzione di atti di bullismo anche un incremento nelle abilità sociali. Una recente ricerche norvegese documenta l’efficacia di questo intervento anche con bambini di età compresa tra i 7 e i 12 anni.

- Tra gli interventi figurano inoltre specifici programmi focalizzati sulla gestione dell’aggressività e anche programmi come gli Incredible years, che coinvolgono genitori e figli nell’apprendimento di una varietà di strategie comportamentali.

Come anticipato, un altro settore importante di interventi è quello che si fonda gioco. Di seguito sono presentate 3 diverse modalità: Child-Centered Play Therapy, interventi di Play Therapy direttiva e Play Therapy dinamica.

 

Child-Centered Play Therapy. La CCPT ha come scopo quello di migliorare la salute mentale del bambino e le sue capacità di gestire le situazioni difficili e si applica a bambini di età compresa tra i 3 e 12-13 anni.

La completa accettazione del bambino da parte del terapeuta permette a sua volta al bambino di accettare tutte le parti di sé comprese le tendenze più aggressive e distruttive. Attraverso l’espressione di comportamenti e sentimenti aggressivi nella stanza dei giochi e, cosa più importante, con la presenza di un adulto comprensivo ed empatico, il bambino apprende a soddisfare i propri bisogni secondo modalità più socialmente accettabili. Peterson e Flanders (2005) hanno osservato che, tanto negli umani, che negli animali, è l’empatia nei confronti degli altri il processo interno che regola l’aggressione negli individui.
Nella relazione in cui il bambino nella stanza dei giochi esprime sentimenti negativi ad un adulto empatico che riflette e accetta tali sentimenti, offre un’esperienza al bambino difficilmente ottenibile in altri contesti. Moustakas (1997) ha descritto il processo che caratterizza l’intervento con bambini aggressivi. Inizialmente i bambini entrano nella stanza dei giochi con grandi emozioni che sono tipicamente diffuse e indifferenziate. Nel momento in cui il bambino sviluppa maggiore fiducia nel terapeuta, la rabbia, l’ostilità e l’aggressività diventeranno più focalizzate e poste in diretta relazione con particolari persone. Quando queste espressioni sono accettate dal playtherapist i sentimenti del bambino divengono meno intensi e influenzano in misura minore il suo comportamento. Espressioni positive iniziano ad apparire mescolate con il gioco aggressivo. Nell’ultima fase della Play Therapy il gioco del bambino risulta maggiormente caratterizzato da sentimenti positivi e il gioco diventa più realistico. In questo processo di Play Therapy viene enfatizzato, come fattore curativo per ridurre il comportamento aggressivo, la relazione tra terapeuta e bambino.

 

Interventi di Play Therapy direttiva. Contrariamente all’intervento precedente, in cui il playtherapist segue la guida del bambini, in questa modalità egli stesso propone una serie di attività. Gli interventi di natura direttiva indirizzati a bambini aggressivi sono molteplici. Di seguito viene presentato il protocollo di lavoro utilizzato da S. Riviere che risulta particolarmente efficace con bambini di 5-12 anni.
Riviere ha elaborato il suo programma partendo dal riscontro che i bambini con comportamento aggressivo e distruttivo hanno un’autostima che richiede continue conferme ed hanno paura di sentirsi incompetenti. Tale paura li pone spesso in una situazione difensiva che li spinge anche a biasimare gli altri per i propri errori. Considerando queste dinamiche, il primo aspetto da valutare è lo spostamento da un sistema di punizioni ad uno di ricompense. Senza entrare nel dettaglio Riviere suggerisce di spostare l’attenzione a cosa i bambini fanno di buono piuttosto di sottolineare cosa sbagliano. Il sistema di ricompense oltre ad essere cinque volte più efficace nello stimolare un comportamento rispetto al sistema di punizione tende inoltre a rimandare il messaggio che il bambino è competente.

Il secondo fondamento è il lavoro con i genitori. Per prima cosa è importante che i genitori realizzino che la funzione genitoriale con bambini di questo tipo è difficile per chiunque. È inoltre importante riconoscere con quale stile di genitorialità affrontano il problema. Kaduson (1996, 2006) sostiene che i genitori di questi bambini adottano uno stile piuttosto predicibile e che sia molto importante per loro diventarne consapevoli.

Altro aspetto fondamentale è riconoscere che, nella determinazione del comportamento indesiderato e aggressivo del bambino, le determinanti sono di natura individuale e culturale, mentre come fonti del comportamento positivo, ci sono le caratteristiche dei genitori e il livello di stress presente nella famiglia.

In parallelo al lavoro dei genitori, il playtherapist organizza una serie di attività che coinvolgono il bambino in prima persona. Le attività, tutte veicolate attraverso il gioco, hanno i seguenti obiettivi: la costruzione dell’autostima, l’addestramento nello sviluppare comportamenti finalizzati all’obiettivo, insegnare l’autocontrollo, canalizzare l’aggressività in maniera appropriata, consentire l’espressione della rabbia attraverso il gioco, praticare la pazienza, favorire la risoluzione dei problemi attraverso il gioco.

 

Play Therapy dinamica. Questo modello è stato sviluppato da S. Harvey e si adatta sia a bambini molto piccoli che ad adolescenti.

La Play Therapy dinamica si fonda sull’assunto che l’esperienza di gioco naturalmente creativa spontanea e condivisa produce intimità, fiducia e sentimenti positivi reciproci che sono necessari per la formazione di un attaccamento sicuro di base, l’intimità dell’amicizia e lo sviluppo dell’aspettativa che le future relazioni possano essere emotivamente appaganti.

Gli episodi di gioco prodotti da queste interazioni aiutano i bambini a sviluppare un’intrinseca motivazione ad aver fiducia negli altri e a coinvolgersi nella soluzione di problemi e dei propri conflitti e determina un miglioramento nella socializzazione con gli altri significativi. L’uso guidato di metafore nel gioco interattivo dei bambini può aiutare a sviluppare una più adeguata capacità dell’abilità di regolazione nelle situazioni sociali così come a generare alcune motivazione ad avviare la soluzione dei propri problemi.

L’obiettivo di questo approccio è la stimolazione di improvvisazione di episodi di gioco che possano rivolgersi ai problemi e ai conflitti per i quali si è cercato il sostegno del terapeuta. Il terapeuta analizzando i problemi riportati dalla famiglia predispone una serie di attività fisiche che coinvolgono genitori e figli. Le attività sono utilizzate come base di gioco da cui avviare modalità interattive improvvisate dai partecipanti. Il terapeuta interviene inoltre sostenendo i giocatori a mantenere il gioco “sintonizzato” e bilanciato tra forma ed espressione e nell’uso della metafora per collegare l’azione di gioco ai problemi.

 

CONCLUSIONI

Il comportamento aggressivo di alcuni bambini causa la sofferenza in altri e rappresenta un indicatore importante di predicibili difficoltà nel percorso di crescita. La tendenza a sviluppare tali modalità di comportamento può essere individuata e contenuta in periodi molto precoci. Il successo dell’intervento dipende dalla tempestività con cui si realizza, dalla flessibilità nell’applicare il trattamento più indicato al singolo e al suo nucleo familiare e possibilmente nel promuovere alcune abilità prima che le tendenze a comportamenti problematici diventino problemi manifesti.

Una manifestazione rilevante di comportamenti aggressivi è quella nota con il nome di bullismo, un fenomeno esteso che coinvolge la vita di molte famiglie e istituzioni.

Quando un bambino è esposto ripetutamente ad azioni negative da parte di uno o più bambini è vittima di bullismo (Olweus, 1993).

La percentuale di bambini vittime di bullismo è molto ampia, a seconda delle ricerche e dei Paesi varia dal 20% (Usa) al 49,8 % (Irlanda).

Il bullismo ha un impatto sul benessere dei bambini che ne sono vittime e sul loro sviluppo. E’ stato infatti documentata l’esistenza di una chiara relazione tra il bullismo e i risultati accademici, l’assenteismo scolastico e il disturbo di attenzione dovuto da iperattività (Dake, 2003). Le vittime del bullismo hanno inoltre più possibilità rispetto ad altri bambini di sviluppare problemi psicologici da adulti.

Tra gli atti di bullismo non dovrebbero essere trascurate le violenze di natura verbale come le prese in giro, il dare etichette o le minacce. La violenza verbale ,indipendentemente dalla sua natura, causa sofferenza e “con molta probabilità genera nelle vittime convinzioni negative circa i propri pari, creando in questo modo un ciclo aggressivo” (T. Mott, 2009).

Gli interventi su menzionati, sono tutti applicabili ai bambini coinvolti in episodi e comportamenti di bullismo.

Hai voglia di fare volontariato? Non basta

CASSINA ISABELLA | Articolo pubblicato in originale il 21 Giugno 2016 su Radio Bullets.

I fatti narrati corrispondono al vero, i dati sensibili sono stati omessi di proposito.

 

Siamo partiti per Haiti un anno dopo il terremoto del 12 gennaio 2010. Sono le 07.00 di una mattina d'estate. Siamo volontari che desiderano contribuire allo sviluppo di quel Paese lontano, sentirsi utili e competenti, fare un’esperienza diversa e forte da raccontare ad amici e parenti. Non lo diciamo ad alta voce ma, ognuno di noi, quando per un istante mette da parte l’umiltà, pensa di poter fare la differenza in quella che ritiene essere una realtà ingiusta e crudele.

Atterriamo a Santo Domingo e il giorno dopo alle 05.45 ripartiamo in direzione Port-au-Prince, la capitale. Dopo svariate ore di viaggio siamo al confine tra la Repubblica Dominicana e Haiti. Dentro l’autobus un freddo gelido, fuori un caldo infernale. Scendiamo per il controllo documenti e bagagli, qualcuno ci guarda con aria interrogativa e sospetta o forse solo assonnata. Dopo il confine c’è un mercato, una miriade di colori e di gente, uomini che riparano vecchie motociclette accanto a donne che vendono di tutto; sono sdraiate e assopite dal calore tra la merce che pare incustodita.

Da lì a poco entriamo nella capitale e restiamo a bocca aperta. Quello che per gli abitanti di questa città è ordinario, per noi è caos e distruzione. Sporcizia senza confini, fuochi vivi, odori acri e sconosciuti, persone con espressioni indecifrabili danno al paesaggio l’aria di una sconfinata bidonville.

È scesa un’oscurità profonda e noi siamo ancora in viaggio. I fari delle automobili ci permettono di scorgere qua e là delle sagome in questa parte di mondo che il Père (ndr il sacerdote) dice essere “dimenticata dagli uomini ma non da Dio”, qualcuno ci crede, altri meno. Comincia a piovere, siamo nei pressi del fiume che è in piena, attraversarlo sarebbe rischioso quindi passiamo la notte in un alloggio di fortuna e arriviamo a destinazione la mattina dopo, stanchi e affamati ma impazienti di fare qualcosa di utile.

Qui è diverso dalla capitale, lo spazio è molto grande ma meno caotico. Abbiamo acqua potabile, cibo, tavoli e sedie, bagni, un materasso sul pavimento di un’aula di scuola e tante, tantissime idee.

È domenica, andiamo a messa, alcuni perché ci credono altri perché sembra un buon inizio per creare una relazione di fiducia. Nei giorni seguenti iniziano le attività in paese: visite ai malati e ai prigionieri, consegna di medicinali e occhiali da vista, aiuto nella costruzione della Cappella, riparazione dei bagni della scuola, distribuzione di viveri, visita alle attività dei Giovani volontari haitiani (di seguito “Giovani”) con i bambini. Io ed altri desideriamo dedicarci proprio a questo ambito.

“Sant’Egidio my looove… Sant’Egidio ma viiie…” è il ritornello di una canzone che da giorni risuona nella mia mente. Durante le attività con i Giovani, i bambini cantano le stesse canzoni a ripetizione, ballano in cerchio, colorano, giocano con ciò che trovano in strada. La matematica si studia poco e a memoria, se non ricordi vieni umiliato e punito fisicamente. Mi sorprende notare il modo in cui i Giovani giocano con i bambini: usano le loro stesse modalità, oserei dire che siano in competizione con loro.

Dopo un paio di giorni in cui osserviamo e partecipiamo alle loro attività, decidiamo di proporre ai bambini e ai Giovani qualcosa di nuovo, costruttivo e utile per favorire l'apprendimento. D'altronde siamo qui anche per questo, giusto? Al primo tentativo veniamo interrotti da un corso di ballo che si tiene in questa stessa aula, bambini e Giovani si dileguano all'istante. Pensiamo di proseguire il giorno seguente ma non sarà così: nessuno sembra essere interessato a quello che proponiamo. I bambini seguono le nostre attività ma per pochi minuti prima di tornare a fare ciò che conoscono: cantare le stesse canzoni a ripetizione e ballare in cerchio. I Giovani li incitano e sembra si divertano anche più di loro.

Prima della partenza ci era stata data la possibilità di definire un ambito di attività in base ai nostri interessi e competenze. Ci era stato spiegato che avremmo potuto avere uno scambio costruttivo con le persone del posto che lavorano con i bambini. Tuttavia qualcosa non va. È possibile che loro non capiscano chi siamo e cosa vogliamo? Che non intuiscano il nostro punto di vista o semplicemente non interessa? Forse si sentono addirittura spodestati del loro ruolo educativo? Ma allora cosa vorrebbero da noi, ammesso che vogliano qualcosa?

Chiediamo un incontro con il gruppo di Giovani, desideriamo spiegare le nostre perplessità e il nostro punto di vista, parlare dei bisogni psicoeducativi dei bambini, delle attività e obiettivi da raggiungere in ogni classe scolastica, delle modalità di interazione più adeguate… ma ci troviamo confrontati con lo sfogo dei loro problemi personali e una richiesta insistente di materiale scolastico e soldi per gli stipendi.

Ecco quali sono i loro bisogni in questo momento. La verità è che stavamo offrendo loro qualcosa che non ci avevano chiesto. Non stavamo rispondendo ai loro bisogni ma a quelli che noi pensavamo fossero. Li informiamo che il materiale scolastico verrà consegnato nei giorni seguenti; loro ci dicono che servirà a poco perché i bambini sono tanti di più. Alle altre richieste non possiamo fare fronte. Sono delusi e ci rendiamo conto che non capiscono cosa siamo venuti a fare.

Oggi siamo diretti alle cascate, attorno a noi c'è una natura stupenda. I pellegrini vengono qui per liberarsi dal malocchio. Il popolo di Haiti crede nelle maledizioni, nelle fatture, negli zombie. Una bambina da mesi soffre di dolori lancinanti alla testa, corre e urla di dolore; gli abitanti dicono “si comporta come se avesse il diavolo in corpo!” quindi non ci sono delle cure. Un ragazzino caduto senza forze sulla strada rovente avvolto in una pezza nera è uno zombie e viene lasciato morire perché la malattia e la povertà sono colpa sua.

Siamo a metà luglio, l’attività della giornata è la raccolta dei rifiuti nelle strade del paese. I luoghi puliti sono più belli e salutari. Abbiamo preparato dei contenitori colorati per ogni tipologia di rifiuto. Gli adulti e i ragazzini che partecipano all'attività sono molto pochi. Alcuni bambini si divertono a prenderci in giro, ci imitano raccogliendo qualcosa da terra e la ributtano girato l’angolo.

Qualche giorno dopo visitiamo il carcere in occasione di una ricorrenza annuale. Le donne nella Casa Parrocchiale hanno preparato i pasti, noi aiutiamo a distribuirli ai carcerati. Ci sono una dozzina di celle disposte in cerchio e decine di persone nella stessa cella, mani e gambe escono dalle sbarre per mancanza di spazio. Un catino nell'angolo funge da wc. Distribuiamo anche del materiale: dentifricio, spazzolino, sapone, bende igieniche, giochi da tavolo. Ce ne sono per tutti ma entro qualche mese saranno finiti e quindi saremo daccapo.

La fine del viaggio è vicina. Il gruppo di volontari si aggiorna sulle attività e definisce con il Père come utilizzare i fondi raccolti prima della partenza. A fine luglio raccogliamo le nostre cose, ringraziamo e partiamo. Nella testa ho tante domande, non mi sono chiarita le idee e, al contrario di altri, non mi sento in pace con me stessa. Penso all’uomo che a tre giorni dalla messa dipinge il soffitto della chiesa senza coprire panchine e pavimento e poi chiede aiuto per scrostare la vernice. Chi glielo spiega che può fare diversamente? Ma forse infondo non è indispensabile farlo.

Volevamo entrare al più presto in contatto con la gente del posto, avere degli scambi costruttivi e risolvere parte dei loro problemi. Non credo sia andata così, o almeno non completamente. Penso invece che esistano missioni più efficaci di altre. Agire seguendo solo il cuore, partire per fare qualsiasi cosa pur di dare una mano è un gesto nobile ma non è sempre la cosa più opportuna da fare né tanto meno quella più efficace. Quando sorridi a un bambino e lui ricambia pensi di essere nel posto giusto al momento giusto ma la domanda è: cosa dai davvero a quel bambino? Quando rientri a casa tua, a lui cosa resta?

Vogliamo vedere con i nostri occhi e poter dire di essere stati coraggiosi ad andare in quel posto lontano, renderci conto di quanto siamo fortunati per quello che abbiamo, rubare immagini e fotografie da condividere sui social network. Ma questo non ha forse il sapore dell'egoismo? C’è chi dice che il volontariato non esiste, che si tratta di una voglia irrefrenabile di appagare un proprio bisogno. Sia chiaro che non c’è comunque niente di male! Ma allora dobbiamo avere il coraggio di ammettere e spiegare a noi stessi e agli altri quello che stiamo facendo.

I volontari desiderano migliorare il mondo, anche solo una piccola parte di esso. Ma per ogni cambiamento, anche il più piccolo, servono tempo e competenze e soprattutto la volontà e il coinvolgimento di chi ne è direttamente implicato. Aver voglia di fare volontariato non basta.

Schermo e sonno

MOCHI CLAUDIO | Articolo pubblicato in originale l'11 Marzo 2016 su Radio Bullets.

Guardare un film o controllare le mail prima di dormire? Potrebbe non essere una buona idea pensando alla qualità del nostro sonno. In che modo la tecnologia interagisce con il nostro benessere? In questa rubrica tratteremo questo argomento in più occasioni. Per ora avviamo le nostre considerazioni partendo da una questione piuttosto circoscritta: la relazione tra esposizione agli schermi e la qualità e la durata del nostro sonno.

 

Si stima che nella grande maggioranza delle famiglie anche nella zona notte dei bambini vi sia almeno un schermo, monitor, tablet, tv o telefonino. Rispetto a questo dobbiamo rilevare un dato importante: l'utilizzo di questi congegni elettronici è direttamente collegato alla perdita di qualità e quantità di sonno. Per i più piccoli l'esposizione allo schermo riduce anche il tempo dedicato alla preparazione per la notte. Video e giochi elettronici sottraggono tempo ai rituali presonno che incidono nettamente in modo positivo sul rilassamento e sul sonno.

In generale sia contenuti trasmessi che le interazioni che possiamo avere con apparecchiature tecnologiche spesso ci catturano erodendo il tempo disponibile per dormire. Controlliamo una mail, cerchiamo l'ultima offerta o notizia su internet e il tempo per il sonno si è consumato all'improvviso di un'ora o più. L'influenza negativa sul sonno non è solo legata alla questione del tempo che si riduce, ma riguarda anche l'effetto che producono i contenuti cui siamo esposti. La storia, i colori vividi, la velocità degli stimoli, il coinvolgimento che si sviluppa allertano i nostri sensi rendendo più difficile anche prendere sonno.

Un'ulteriore questione è poi legata alla luce che emettono gli schermi. I fotoni prodotti da questi dispositivi hanno il potere di destare il nostro cervello che recepisce tanta stimolazione come un invito a svolgere un lavoro provocandone l'attivazione. Immaginiamo quanto questa stimolazione sia forte quando il telefono o il tablet è posto vicinissimo al nostro viso. È come se dicessimo a chiare lettere al nostro cervello di rimanere sveglio e attivo proprio mentre ci prepariamo a dormire.

Il sonno è un'attività che permette al nostro organismo di recuperare energia, consentire lo sviluppo cerebrale, consolidare la memoria ed eliminare le tossine che si accumulano nel nostro cervello durante la veglia.

Durante il sonno, i neuroni, le cellule che si occupano della trasmissione dei segnali si riposano, altre unità chiamate cellule gliali sono attive per ripulire le tossine prodotte dall'attività cerebrale. Ridurre il loro di tempo di lavoro conduce a diverse conseguenze tra cui difficoltà nell'attenzione, nella memoria, nel pensare in modo efficace ai problemi e anche sul nostro metabolismo. Solo una piccola percentuale tra noi ha un effettivo bisogno di dormire meno di 7-9 ore, per tutti gli altri durata e qualità del sonno sono fondamentali. Cosa fare allora?

Pensando ai più piccoli un buon accorgimento è creare una confortevole zona notte priva di schermi. Bambini e adolescenti hanno un bisogno di dormire ancora più imperativo. Per tutti un'adeguata qualità e quantità di sonno è essenziale per favorire benessere, crescita e per sostenere la qualità del proprio operato, pertanto è un'ottima scelta limitare il proprio tempo di esposizione agli schermi soprattutto la sera avviando anche la buona abitudine di mettere a riposo i dispositivi almeno un'ora prima di dormire.

Ritardatari dentro

MOCHI CLAUDIO | Articolo pubblicato in originale il 14 Gennaio 2016 su Radio Bullets.

Vi siete mai accorti di essere sempre in ritardo e di considerare il tempo un vostro nemico? Lo psicologo Claudio Mochi ci spiega come gestire meglio il nostro tempo: dedicato a quelli che non sono cronicamente in ritardo con loro stessi e gli altri.

 

Ho un’ora prima dell’appuntamento. Allora ho il tempo per portare a spasso il cane, ritirare gli abiti in lavanderia, passare dal mio amico per prendere il caffè, acquistare le paste, pagare un paio di bollette e lungo il tragitto fare almeno due telefonate.

Per alcuni di voi questi impegni possono risultare davvero troppi, altri invece hanno sicuramente pensato che in base al tempo a disposizione si potevano sbrigare un altro paio di faccende in più.

Il senso del tempo è qualcosa di assolutamente individuale, anche se per la maggior parte delle persone la differenza nella percezione del suo scorrere è minima. Per un numero più ristretto di individui, questa differenza è invece piuttosto consistente. Per alcuni di noi, infatti, il tempo scorre in modo significativamente più lento, per cui tra le varie implicazioni si immagina di avere più tempo a disposizione di quello che effettivamente si ha.

Pensate questo possa essere una particolarità più o meno gradevole di un individuo o un vero e proprio problema?

Immagino che ad alcuni sia venuta in mente la questione del ritardo e quindi le costanti corse contro il tempo o le attese infinite in cui l’incorreggibile collega, amico o sposo mette a dura prova la vostra pazienza.

Un’inadeguata stima del tempo non solo conduce a situazioni poco simpatiche ma è una condizione che incide su moltissime delle attività in cui siamo coinvolti quotidianamente. Barkley, uno dei più autorevoli referenti mondiali sulle questioni dell’iperattività e dell’autocontrollo, considera questa difficoltà come una vera disabilità, perché influisce in modo negativo su qualsiasi prestazione dobbiamo svolgere. Chi ha un’organizzazione del tempo deficitaria inevitabilmente parte svantaggiato in tutte le performance in cui si cimenta.

Per gli adulti che manifestano questa difficoltà potrebbe essere piuttosto complicato modificare la percezione temporale, mentre i più giovani potrebbero trarre beneficio dal rafforzamento di altre funzioni esecutive cui abbiamo fatto riferimento in altri appuntamenti di questa rubrica.

A coloro che hanno esperienza con questo tipo di problema possono risultare familiari i seguenti consigli:

“Calcola bene il tempo che ti serve e poi moltiplicalo per due. Fai il piano delle tue attività prima di quell’appuntamento e poi dai retta a me, sottrai uno o due impegni dalla lista”.

Questi suggerimenti sono esempi di strategie per la gestione del tempo che forse noi stessi abbiamo suggerito o messo in atto per mitigare o contrastare una percezione inadeguata. Come detto, per i più piccini sono molte le tecniche di Play Therapy specifiche per compensare e gestire questo problema, per i più grandi anche per via di una ridotta plasticità cerebrale ottenere dei risultati può essere difficoltoso. In ogni caso, per chiunque si renda conto di avere un senso del tempo poco sincronizzato a quello reale può essere d’aiuto considerare alcuni aspetti:

- rendersi conto di avere un senso del tempo assolutamente personale, cioè poco condiviso dalle altre persone e dagli orologi;

- diventare consapevoli che questa particolarità in molti aspetti della nostra vita davvero non aiuta;

- trovare poi delle strategie che aiutino a fronteggiare questa difficoltà e poi metterle in atto.

Qualora non troviate niente che vi convinca provate a chiedere alle persone a voi vicine; alcuni saranno felici di poter consigliare o in alternativa scriveteci.

Pettiniamo le bambole

MOCHI CLAUDIO | Articolo pubblicato in originale il 3 Novembre 2015 su Radio Bullets.

Claudio Mochi in collegamento dalla Nigeria ci spiega l’importanza di pettinare le bambole, un gesto simbolico che plasma il mondo intorno a noi.

 

Stiamo pettinando le bambole. Ebbene sì, a Ngugo come a Lugano, Roma e in altri luoghi del mondo dove lavoriamo, una parte importante centrale delle nostre attività include proprio pettinare le bambole.

Prendersi cura dell’acconciatura di una bambola è un atto simbolico. Agiamo infatti nei confronti di un pezzo di plastica con le fattezze di un bimbo proprio come fosse un bambino. Stabiliamo il significato che deve avere quell’oggetto e in questo modo plasmiamo il mondo intorno a noi.

Ma perché queste azioni simboliche dovrebbero essere importanti?

Alla nostra nascita reagiamo a ciò che abbiamo intorno. Gli stimoli del nostro ambiente definiscono le nostre risposte. Un odore attrae la nostra attenzione, il nostro movimento si indirizza verso qualcosa che ci attira, è la funzione di un oggetto a definire il modo in cui lo utilizziamo, adoperiamo a esempio un cucchiaio per mangiare. Se vogliamo, inizialmente il nostro mondo è meno propositivo, creativo e le nostre possibilità molto più limitate.

Con il passaggio al gioco simbolico tutto cambia. Siamo noi a definire cosa fare degli elementi del nostro contesto, il cucchiaio può diventare un auto imprendibile oppure possiamo imboccare il nostro orsetto preferito con un qualsiasi oggetto oppure con un utensile immaginario. “Il mondo di un bambino è infinito quanto la sua immaginazione” sosteneva l’inventore dei Lego.

Inoltre le nostre capacità di scrittura e lettura non si basano forse sull’utilizzo di simboli. E il pensiero non è anch’essa la manipolazione di simboli?

Una tappa fondamentale per il percorso di crescita dell’individuo è lo sviluppo di un’intenzionalità rispetto all’ambiente e quindi il superamento della risposta meccanica e automatica a ciò che abbiamo intorno, per arrivare a costruire, creare, realizzare con intenzione.

Giocare in modo immaginario e simbolico permette di esercitarsi anche in questo. Ecco perché rappresenta un evento straordinario per la crescita e lo sviluppo di ogni bambino. In moltissimi casi accade naturalmente, specialmente nelle situazioni in cui il bambino non è sovraccaricato e costantemente diretto ma ha l’opportunità, al contrario, di sperimentare. In questo modo, un giorno magicamente la bambola prenderà vita e potrà essere nutrita e messa a letto e dei pezzettini di plastica con le rotelle saranno coinvolti in avventure di corse e percorsi di guida straordinari.

In molti altri casi, purtoppo questo non avviene o non accade in modo fluido e l’intero processo di sviluppo di capacità simboliche dovrà essere sostenuto e guidato.

Nel nostro prossimo appuntamento entreremo nel vivo di questo argomento molto importante per la crescita sana dei bambini.

Utilizzare il rinforzo positivo per promuovere l'autostima negli altri

MOCHI CLAUDIO | Articolo pubblicato in originale il 7 Ottobre 2015 su Radio Bullets.

Servono i rinforzi positivi ? Per alcuni assolutamente no. Serve, invece, essere schietti, anche duri per favorire la crescita ed irrobustire il carattere.

 

Quanto sappiamo su cosa ci aiuta a svilupparci in modo appropriato e sereno indica in realtà che comunicare sostegno positivo alle altre persone, in particolare ai più giovani, è davvero importante. Come esseri umani traiamo sostegno e protezione dai nostri simili e come abbiamo potuto riscontrare parlando di autostima sviluppiamo il giudizio su noi stessi principalmente attraverso i messaggi che riceviamo dalle altre persone in particolare da coloro che riteniamo importanti e significativi. Sicurezza personale, sostegno nel momento delle difficoltà, definizione del concetto di sé dipendono molto dai messaggi che cogliamo dai nostri simili. Sembra proprio abbia senso impegnarsi nell’offrire rinforzi positivi.

A questo riguardo vorrei puntualizzare un ulteriore aspetto.

Dai nostri primitivi antenati abbiamo ereditato un certo livello di vulnerabilità. Per molte migliaia di anni i nostri avi hanno fronteggiato un ambiente pericoloso e spesso imprevedibile. Interagendo con questo contesto nelle varie generazioni abbiamo sviluppato molti meccanismi di adattamento per moltiplicare le possibilità di sopravvivere. Nel corso dell’evoluzione un patrimonio ricchissimo ci è stato trasmesso, inclusa una particolare sensibilità per il negativo. Per limitare i rischi tendiamo a categorizzare uno stimolo più facilmente come negativo. I nostri antenati potevano permettersi di non esplorare e di non essere curiosi di perdere possibili risorse ma non di rischiare la propria esistenza. Nel dubbio quello che non conosciamo lo consideriamo pericoloso. La bilancia tra rischio e opportunità tende a favorire il primo elemento. Non solo, sempre in virtù della sopravvivenza abbiamo appreso a reagire in modo molto più intenso a tutti gli stimoli negativi. Un complimento ci fa piacere, ci può anche scaldare il cuore, un rimprovero o un altro commento negativo invece possono essere realmente devastanti. Siamo estremamente sensibili alla critica, ai rimproveri, all’avversione, alle manifestazioni di ostilità. Il nostro sistema deve essere davvero convinto che ci muoviamo in un contesto sicuro, che le persone hanno intenzioni positive. Volendo riassumere è facilissimo far male, lo si può fare anche in maniera involontaria mentre ci vuole molta energia ed una chiara intenzione nel produrre un effetto positivo.

In base a quanto detto, se ci interessa avere una buona relazione con una persona, che si senta a proprio agio in un determinato contesto, che riesca in un determinato compito è sicuramente rilevante il tipo di atteggiamento che offriamo e i messaggi che inviamo. Messaggi positivi corroborano crescita, benessere e abilità.

Le conseguenze dell'Amore

MOCHI CLAUDIO | Articolo pubblicato in originale il 27 Novembre 2015 su Radio Bullets.

 

Per nostra costituzione abbiamo bisogno di cure amorevoli, attenzione, protezione e carezze gentili, per sviluppare capacità fondamentali; non solo siamo anche predisposti a trarre estremo piacere nell’offrire tutto questo. Nel momento in cui il genitore o chi si prende cura del bambino lo accudisce amorevolmente, vengono liberate importanti proteine e neurotrasmettitori, tra cui le endorfine. Una sorta di oppiaceo che auto-produciamo. Manifestare affetto, essere in contatto con un’altra persona può essere estremamente piacevole al punto da non potersene staccare e farne a meno anche per poco tempo.

Le reazioni chimiche che prendono vita nel nostro cervello, assicurano che il collegamento tra cura e contatto con il bambino sia talmente piacevole da divenire una priorità. Meravigliosamente lo stesso accade al bambino. Il contatto con la persona che si prende cura di lui offre una gioia e una contentezza che non ha paragoni.

Insieme a piacere, rilassamento, sicurezza, queste interazioni amorevoli offrono la possibilità di crescere. Attraverso una cura attenta del bambino si stimola la crescita di quelle aree cerebrali necessarie per riuscire a formare e mantenere delle relazioni e anche per apprendere ad auto-regolarsi e quindi a controllare se stessi. Attraverso la relazione primaria si definisce anche il nostro sistema di risposta allo stress che influenza in modo decisivo anche lo sviluppo delle nostre abilità emotive e sociali.

L’amore produce una cascata di importanti effetti positivi. E conseguentemente, la sua assenza ha un impatto fortemente debilitante. In età precoce, la povertà di cure attente e amorevoli, limita o addirittura compromette seriamente la presenza di alcune capacità necessarie al vivere comune.

Pensate a quanto possa essere difficile non essere in grado di leggere in modo appropriato i comportamenti delle altre persone e di percepire cosa provano oppure di non riuscire a gestire le proprie reazioni rispetto a uno stimolo di qualsiasi tipo. Immaginate anche di non poter trovare sollievo per le vostre tensioni e che non conosciate alcun rifugio per le vostre paure.

L’inabilità a gestire tensione, rabbia, paura, l’incapacità nel relazionarsi efficacemente; il non provare sentimenti positivi per le altre persone, possono spiegare davvero la drammaticità di alcune esistenze, ma anche di alcuni avvenimenti.

In merito al percorso di sviluppo dei bambini, Perry sostiene che quando le cose iniziano bene tendono a procedere per il meglio e viceversa. È una triste realtà, anche se, per chi è stato meno fortunato la plasticità del nostro cervello, soprattutto per individui molto giovani, offre opportunità di miglioramenti importanti. Per parafrasare la mia collega Isabella Cassina, la priorità in caso di gravi trascuratezze relazionali è intervenire “recuperando l’amore perduto” e quindi permettere di sperimentare la cura e l’affetto che non si è potuto esperire sollecitando in questo modo lo sviluppo di abilità essenziali. Diversi modelli terapeutici offrono queste possibilità tra cui la Filial Therapy di cui abbiamo parlato. Di altre tipologie di intervento parleremo in nuovi appuntamenti della nostra rubrica qui su Radio Bullets.

Fai il letto e cambierai il mondo

MOCHI CLAUDIO | Articolo pubblicato in originale il 1° Ottobre 2015 su Radio Bullets.

Fai il letto e cambierai il mondo: come la routine può servire a renderci intenzionali negli obiettivi.

 

“Se volete cambiare il mondo iniziate la mattina rifacendo il vostro letto”. In un discorso divenuto ormai celebre, l’ammiraglio della Marina Americana McRaven è intervenuto, offrendo agli studenti di un’università texana diversi spunti tra cui questa affermazione.

William Mc Raven che ha trascorso diversi decenni nelle Unità Speciali, sostiene che rifare il letto può apparire un’attività semplice, ma ci aiuta a raggiungere il nostro primo compito della giornata. Questo primo traguardo in parte ci inorgoglisce, incoraggiandoci al tempo stesso ad impegnarci verso un altro obiettivo e questo verso un successivo.

Sembra che da una abitudine come questa si possa apprendere davvero molto. Voi che ne pensate? Cosa può insegnarci?

Sappiamo che tutte le abilità mentali elevate si apprendono non perché cresciamo, ma perché ci esponiamo continuamente a determinate esperienze.

Cambiare richiede molti elementi tra cui intraprendere delle azioni finalizzate e rilevanti per l’obiettivo che ci proponiamo e rifare il letto ci indirizza nella prospettiva di essere intenzionali, consapevoli, di lavorare per obiettivi, nutrendo al contempo il senso di soddisfazione per aver raggiunto un traguardo e di possedere delle abilità.

Questa attività ci allena anche ad essere attenti, ordinati e responsabili.

Tra le tante implicazioni che potremmo rilevare da questa semplice routine vorrei concentrarmi, su un aspetto. Possiamo apprendere che gli eventi prendono forma perché esiste un rapporto di causa ed effetto e che noi possiamo essere degli ‘agenti di cambiamento’.

Il nostro letto non si riordina da sé e il nostro ambiente non diventa più pulito e ordinato per cause misteriose. Alcuni vedendo i panni da lavare apparire magicamente puliti e stirati negli armadi effettivamente possono pensarlo.

Scherzi a parte, un risultato si raggiunge perché si avvia e si sostiene un corso di azioni e ritengo che uno degli apprendimenti più importanti sia sperimentare e diventare consapevoli che siamo agenti attivi in grado di gestire e indirizzare i processi in cui siamo coinvolti e perché non come suggerisce McRaven questo può partire proprio creando attivamente e consapevolmente un’ambiente più piacevole e vicino ai nostri bisogni e desideri.

La Ballata per Adeline: nati per amare

MOCHI CLAUDIO | Articolo pubblicato in originale il 17 Novembre 2015 su Radio Bullets.

 

Conoscete la "Ballata per Adeline"? È un pezzo scritto da un compositore francese per celebrare la nascita di sua figlia. Un tributo all'amore. 

Bruce Perry sostiene che siamo nati per amare. In effetti, alla nascita ciò che può assicurarci la vita è innescare in un adulto la voglia e il desiderio di prendersi cura di noi, di amarci. Veniamo al mondo con un corredo che ci permette di sollecitare negli altri amore e con lo sviluppo anche di esprimere per altre persone sentimenti forti e positivi. Con alcune eccezioni, all'inizio dell'esistenza, sembra si parta nel migliore dei modi. Soffermandoci ad osservare il contesto attorno a noi, ci rendiamo conto che poi qualcosa accade.

Riflettendo sulla natura delle relazioni, lo stesso neuropsichiatra americano pone in evidenza una nostra particolarità come umani: siamo gli unici ad evocare nei nostri simili sicurezza o minaccia. Solo la nostra specie rappresenta il più grande pericolo per se stessa. Storicamente il più temibile predatore del genere umano è l'uomo stesso.

Questo ci caratterizza in modo unico e rende la nostra esistenza molto complicata. Per necessità nel corso della nostra evoluzione abbiamo imparato a categorizzare i nostri simili come possibili amici o nemici. Quando incontriamo un altro umano ci poniamo in uno stato di preallarme e iniziamo a chiederci, cercando di leggere tutti i segnali che cogliamo, se possiamo fidarci oppure no.

Il mondo è complicato e spesso realmente pericoloso come documentano molti episodi recenti. Alcuni aspetti, fortunatamente, rimangono semplici. È inoppugnabile, infatti, che traiamo beneficio e sostegno dal contatto con altri esseri umani.

Nei primi anni di vita dalle premure e l'accudimento che riceviamo apprendiamo a gestire lo stress. Al contatto fisico con un genitore o anche nell'incrociare il suo sguardo attento il bambino può sentirsi sollevato istantaneamente da ansia e paura. Dalle nostre positive relazioni precoci apprendiamo un semplice meccanismo: essere in contatto con le altre persone può far star bene ed è piacevole. Queste prime interazioni diventano anche il modello a cui far riferimento su come rapportarci con gli altri e cosa aspettarci da loro, aiuto, sostegno, affetto o in circostanze diverse altro, purtroppo.

Il nostro organismo è predisposto a collegare sollievo psicofisico e contatto sociale. Il sostegno sociale ha lo stesso impatto sulla nostra salute dello smettere di fumare afferma Maja Szalavitz. La presenza di familiari e amici di sostegno assicura all'individuo un'ampia varietà di benefici tra cui ridurre il rischio di mortalità del 50% rispetto alle persone isolate o con assenza di supporto sociale.

Alla nascita abbiamo tutto l'equipaggiamento per relazionarci in modo positivo con le altre persone e per trarne da questo salute e piacere. Come dice Perry, siamo nati per amare. E poi cosa succede? In alcuni casi forse non si è avuta la fortuna di beneficiare di modelli idonei oppure nel percorso ci si è distratti e alcune abitudini sono cambiate o forse vari contesti in cui cresciamo ci spingono a cambiare. Parleremo di questo nel prossimo appuntamento.

Cordiali saluti e se avete tempo non dimenticate di ascoltare la Ballata per Adeline.

Eventi traumatici: istruzioni per i genitori (I)

MOCHI CLAUDIO | Articolo pubblicato in originale il 4 Dicembre 2015 su Radio Bullets.

Anche l’esposizione indiretta a situazioni di disastro può essere traumatizzante per i bambini. Il ruolo attivo di genitori e di coloro che si prendono cura dei bimbi è fondamentale per aiutarli a gestire e superare l’impatto di eventi critici.

 

In altri articoli abbiamo accennato all’impatto di eventi traumatici sulla salute di adulti e dei più piccoli. Alcuni eventi recenti ci spingono a considerare anche la portata dell’esposizione indiretta a contesti traumatici come i recenti avvenimenti di Parigi. A questo riguardo vorrei proporvi il contributo di Risë VanFleet*, una psicologa con cui ho avuto la fortuna di formarmi.

 

“Ci sono evidenze che i bambini possano essere traumatizzati anche dal contatto indiretto con situazioni disastrose. L’esposizione indiretta avviene attraverso la visione di telegiornali che presentano le informazioni spesso in modo sensazionalistico o con grande ripetitività. Si può essere coinvolti anche sentendo e vedendo le reazioni emotive degli altri. Considerando l’impatto possibile di alcuni avvenimenti è importante che i genitori siano informati sul trauma, su cosa possa causare e anche rispetto a come aiutare i propri figli a capire e far fronte a questi eventi.

Quando si verifica qualcosa di traumatico è importante dare ai bambini una spiegazione onesta ma semplice di quello che è successo. Rispetto ad alcuni avvenimenti è quasi inevitabile che i bambini ne vengano a conoscenza, attraverso la televisione ad esempio, i compagni di scuola o conversazioni udite tra adulti. In ragione di questo è opportuno che i genitori o chi si prende cura di loro, svolgano un ruolo attivo nel contribuire a comprendere l’evento. Per rassicurare i bambini è anche importante che i genitori facciano tutto il possibile per tenerli al sicuro.

Coloro che si prendono cura dei bambini dovrebbero limitare l’esposizione dei bambini ai telegiornali che documentano eventi traumatici. Le trasmissioni sono confezionate per un pubblico adulto e i bambini possono non avere le capacità di ragionamento o meccanismi di coping per affrontare l’esperienza di persone che piangono, edifici in fiamme e così via. Anche se i programmi per bambini spesso includono atti di violenza, il tono emotivo della notizia esprime la “realtà” e bambini e adolescenti possono risultarne estremamente spaventati, anche se non lo dimostrano. Non è necessario limitare l’esposizione in modo totale, ma selezionare con attenzione ciò che si vede!

È importante, inoltre, permettere ai bambini di parlare delle loro reazioni a un evento traumatico quando vogliono. Anche se tali conversazioni possono essere difficili, soprattutto se in prima persona stiamo vivendo le nostre reazioni all’evento, nel lungo periodo possono essere di aiuto a tutti. Una delle peggiori cose che possiamo fare è dire ai bambini: “Non giocare in quel modo” o “non parlarne — è finita — andiamo avanti con le cose.”

La negazione delle reazioni del bambino può portare a problemi più grandi in seguito. È importante, invece, lasciare che i bambini esprimano tutta la gamma dei propri sentimenti inclusa rabbia, tristezza o impotenza.

Per aiutarli è anche decisivo concentrarsi sugli aspetti positivi degli eventi traumatici. Sulla scia di molti disastri, ci sono anche imprese coraggiose, incredibili, toccanti, storie di atti altruistici. Il meglio della sensibilità e della premura umana può sorgere dalle condizioni più orribili. Anche se vediamo alcuni dei peggiori lati dell’umanità dopo degli eventi traumatici,negli stessi possiamo vedere anche alcuni degli aspetti migliori.

È importante per i bambini sentir parlare di queste gesta e di queste persone. Questo promuove senso di sicurezza, la percezione di essere in contatto con altre persone e speranza per il futuro.

Quando il trauma è stato causato dagli esseri umani, come nel terrorismo, è importante per bambini e adulti ricordare che tutti noi guadagnamo forza dalle nostre connessioni umane e che la maggior parte delle persone sono buone. Dichiarazioni aperte, rabbiose, rivolte ad altri gruppi etnici, possono esasperare il senso di insicurezza dei bambini promuovere pregiudizi e dar vita a contraccolpi imprevisti. Gli atti di terrore sono destinati a dividerci, e se siamo in grado di resistere nell’esprimere la nostra rabbia e disappunto, possiamo aiutare i bambini a sentirsi molto più sicuri, insegnando loro che queste cattive azioni sono opera di individui (o di piccoli gruppi di individui) e non di vasti gruppi etnici, razziali e religiosi.

Nel prossimo appuntamento, facendo riferimento nuovamente al lavoro di VanFleet, parleremo del ruolo del gioco nell’aiutare i bambini a gestire e superare eventi traumatici.

 

*Il contributo originale della dott.ssa VanFleet “How parents can help children through traumatic events” è stato tradotto e adattato da Claudio Mochi per questa rubrica su permesso dell’autrice.

Eventi traumatici: giocarsi la sicurezza (II)

MOCHI CLAUDIO | Articolo pubblicato in originale l'11 Dicembre 2015 su Radio Bullets.

Parlare di un evento traumatico può rappresentare un sollievo per i bambini, ma è attraverso il gioco che hanno una reale possibilità di capire cosa accade loro.

 

Continuiamo il nostro discorso avviato nel precedente articolo sull’esposizione a eventi traumatici facendo riferimento nuovamente al lavoro di Risë VanFleet.

“Proprio come noi adulti che abbiamo bisogno di parlare con gli altri dopo aver sperimentato qualcosa di spaventoso, triste o devastante, i bambini hanno bisogno di giocare per riuscire a esprimere i propri sentimenti e le reazioni a un evento critico. I bambini di età compresa tra i 3 e i 12 anni, se hanno l’opportunità, spesso mettono in atto nel gioco delle scene di un evento traumatico vissuto. A volte questo accade anche tra i bambini più grandi. Ad esempio, in seguito a un incidente d’auto, potremmo osservare i bambini giocare a incidenti e salvataggi stradali con i propri giocattoli. Alcuni genitori potrebbero essere allarmati da questo, ritenendo che giocare alla situazione traumatica possa essere in qualche modo nocivo.

In realtà è vero il contrario, infatti, questo tipo di gioco può aiutare il bambino ad affrontare meglio la situazione. Il gioco è uno strumento prezioso in queste circostanze, in quanto fornisce distanza dall’evento, possibilità di essere attivi rispetto a quanto si è vissuto, offrendo al contempo un’ampia gamma espressiva per comunicare quello che a parole spesso non si riesce a formulare.

Naturalmente, i bambini dovrebbero essere contenuti o guidati opportunamente se la loro attività è realmente pericolosa. Inoltre, può capitare di osservare che un bambino giochi costantemente all’evento e sembri incapace di pensare ad altro. In questo caso andrebbero fissati dei limiti sulla quantità di tempo trascorso nel giocare in quel modo. Lo stesso vale se osserviamo che il gioco ha l’effetto di sconvolgere il bambino oppure se durante l’attività ludica appare in qualche modo assente. Questi comportamenti potrebbero essere segnali di traumatizzazione e qualora li riscontrassimo sarebbe opportuno consultare un professionista. Il gioco dice davvero molto di un bambino e dovremmo ricordare che la naturale tendenza dei bimbi è esprimere cosa accade loro con il gioco. Giocare è il loro modo di cercare di capire e di guadagnare sicurezza. Parlare troppo di eventi spaventosi li può impaurire maggiormente. Al contrario parlarne con moderazione può rappresentare un sollievo, in quanto ci permette di fornire alcune informazioni di base o semplicemente di rispondere alle domande che i bambini rivolgono. È attraverso il loro gioco però che i bambini, soprattutto coloro al di sotto dei 12 anni, hanno una reale possibilità di capire cosa sta succedendo nella loro vita. In tutto il mondo, i bambini nelle zone di guerra giocano spesso alla guerra. Giocano al medico o mettono in atto scene mediche i bimbi che hanno esperienze personali o familiari di malattia o ospedalizzazione.

Ricordo a questo proposito che a Oklahoma City gli operatori umanitari notarono che i bambini direttamente coinvolti dall’esplosione giocavano con dei piccoli cani di plastica che si dedicavano ad annusare i mattoncini delle costruzioni proprio come facevano i cani ‘veri’ impiegati per ritrovare i superstiti tra le macerie. Dopo l’11 settembre, in modo simile, molti osservarono che il gioco di molti bambini in varie località del mondo riguardava scene di aerei che colpivano dei palazzi, vigili del fuoco e scene di salvataggio, edifici che crollavano e persino temi funebri. Abbiamo detto che si può rimanere traumatizzati anche in modo indiretto, è importante allora prestare attenzione ad eventuali segni di traumi nei bambini, anche se è passato molto tempo dall’evento. Quando i bambini sono traumatizzati, gli effetti possono verificarsi più tardi di quanto possiamo prevedere. È opportuno per questo che i genitori, ogni tanto, chiedano ai propri figli cosa stanno pensando e provando rispetto all’evento, ascoltando realmente quello che comunicano. ‘Bombardare’, invece, i bambini con domande su come si sentono o tenere lunghe discussioni con loro non è altrettanto utile perché può aumentare il loro livello di ansia.

È utile, invece, che i genitori condividano i propri sentimenti di paura, tristezza, rabbia per un evento. In questo modo i bambini possono comprendere che queste reazioni sono normali avendo anche la possibilità di osservare dei buoni modelli di gestione delle difficoltà. In questo caso è importante però cercare di condividere i propri sentimenti in modo semplice e non elaborato per non confondere i bambini ulteriormente.

Per concludere, dopo un’emergenza vissuta direttamente o indirettamente, piccola o grande, una degli elementi più salutari per bambini è che il loro ambiente giorno dopo giorno torni sempre più ‘normale’. Riguadagnare una sorta di quotidiana ‘routine’ aiuta i bambini a sentirsi più sicuri e ad evitare che l’evento traumatico sia il centro della loro attenzione. Questo può essere difficile dopo alcuni disastri, ma lavorare per produrre un’ambiente più possibile normale può essere di enorme aiuto.

I genitori possono aiutare i bambini a trovare un equilibrio tra parlare e giocare della situazione critica e il graduale ritorno allo svolgimento di compiti e attività quotidiane.

 

*Il contributo originale della dott.ssa VanFleet “How parents can help children through traumatic events” è stato tradotto e adattato da Claudio Mochi per questa rubrica su permesso dell’autrice.

Interventi radio ed interviste

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Quotidiano ZeitOnline | Intervista: Play Therapy nella Striscia di Gaza 11.03.2010

Claudio Mochi, Esperto internazionale di interventi d'Emergenza e Play Therapy, intervistato da Maria Krausch di ZeitOnline parla della sua esperienza nella Striscia di Gaza. Proponiamo di seguito alcuni estratti dell'intervista. [Articolo integrale in tedesco a questo link]

 

Quando i bambini lasciano morire i loro genitori

"Dopo il terremoto, la guerra o uno spostamento i bambini traumatizzati riescono a malapena a parlare in terapia. Vi proponiamo l'esperienza di uno psicologo italiano che riporta in vita i bambini attraverso la Play Therapy

Per oltre 10 anni Mochi ha giocato con bambini di tutto il mondo: Pakistan, Iran, Palestina, Afghanistan, Libano... portando con sé il necessario: materiale artistico, macchinine, bambole, mattoncini del Lego.

"Spesso i bambini finiscono il racconto delle loro storie molto bruscamente, in questo modo controllano la tragedia che sopraffà le loro bambole", spiega Mochi. Questo è il cuore della Play Therapy che lo psicologo romano applica con i bambini traumatizzati. Se i bambini ripetono la loro disgrazia possono iniziare ad autoguarirsi, sono in grado di decidere come andrà a finire la storia o quando ne usciranno. In questo modo riacquistano il controllo e riportano gioia nella loro vita.

I bambini in Libano reagiscono in modo diverso rispetto all'Abruzzo, dove recentemente si è verificato il terremoto? Mochi non paragona i bambini, né la sofferenza e la disponibilità della gente nei confronti degli psicologi. Ma una cosa è certa: in tutto il mondo il gioco è il linguaggio più naturale dei bambini.

La Play Therapy differisce chiaramente dalle solite terapie in uso dopo le catastrofi naturali ed include sempre momenti di condivisione di gruppo con gli adulti sopravvissuti. Gli psicologi si rivolgono a molte persone contemporaneamente cercando di incoraggiarle a ripristinare il tessuto sociale e a creare prospettive di ricostruzione che un giorno possano continuare senza l'aiuto di organizzazioni esterne.

Ma le terapie verbali e le cosiddette terapie "basate sulla comunità" raggiungono rapidamente i loro limiti con i bambini traumatizzati. Mochi spiega che l'interazione verbale non è in grado di stimolare le aree cerebrali del sistema limbico che devono essere attivate per superare il trauma. Le conversazioni possono essere certamente funzionali con l'adulto ma meno per il trattamento dei pazienti pediatrici. Stress e trauma sono trattati da altre parti del cervello.

Per tali ragioni Mochi utilizza la Play Therapy: "Imparo a conoscere il bambino, lo ascolto, accetto qualsiasi ruolo mi attribuisca nel gioco, se il bambino non è ancora pronto, gli propongo delle attività. Solo una volta rotto il ghiaccio, possiamo andare oltre ed iniziare il processo di elaborazione degli eventi". Di solito i bambini testano i limiti e misurano i loro punti di forza con gli psicologi. Questo permette a loro di iniziare ad acquisire nuovamente la forza. Nel gioco i villaggi distrutti vengono ricostruiti o riforniti di cose utili.

Nel gioco i bambini sono spontanei, si sentono sicuri di sé, hanno il controllo su ciò che sta accadendo, hanno la sensazione di riprendere in mano la loro vita. Il gioco può essere divertente e permette di mantenere una distanza di sicurezza da ciò che viene espresso. Sempre più terapeuti tradizionali iniziano a incorporare elementi di Play Therapy nel loro trattamento: per esempio utilizzano dei giocattoli quando si rivolgono ai bambini. La grande differenza sta nella gestione del trauma; giocando la tragedia può essere superata.

"Ho notato la naturalezza con cui i bambini raccontano attraverso il gioco di case distrutte e dei loro genitori uccisi", dice Mochi. Più piccoli sono i bambini, più spazio è lasciato all'immaginazione e alla prospettiva di poter costruire un futuro migliore. È molto più difficile per gli adolescenti superare il loro trauma.

È utile che i genitori aiutino i professionisti a capire i loro figli, ad interpretare la loro lingua e le loro espressioni mentre giocano spesso di guerra, morte e supereroi. Gli psicologi e i genitori elaborano una prospettiva per la famiglia. "Sfortunatamente molti dei miei colleghi usano la terapia come se fosse una medicina a cucchiaio", dice Mochi. Il nocciolo della questione è instaurare una relazione di fiducia a lungo termine, ecco perché egli cerca sempre di coinvolgere nel processo la gente del posto.

A seguito del devastante terremoto, Mochi è ora in partenza per Haiti: "stimo che il 5-10% dei bambini sia gravemente traumatizzato ed è quindi necessario un aiuto specialistico".»

Quotidiano Il Secolo XIX | Intervista: "Gioco dunque sono" 09.11.2012

Claudio Mochi, Play Therapist Supervisor, intervistato da Ilaria M. Linetti de Il Secolo XIX parla del tema "Gioco dunque sono": una settimana lontana dai videogiochi per ritrovarsi.

 

Il tempo libero degli italiani è una merce sempre più rara, come confermano i dati Istat di febbraio: la fascia dai 25 ai 44 anni può dedicare allo svago solo il 13% del suo tempo. E sono soprattutto i figli, spiegano gli psicologi, a farne le spese perché finiscono davanti a tv e videogiochi, senza stimoli per la loro immaginazione. È proprio per questo che esistono metodi, come la Play Therapy, a cercare di correggere questa tendenza, ottenendo risultati in casi di disturbo cognitivo, concentrazione, coordinazione.

 

«Giocare sarebbe utile anche per gli adulti» spiega Claudio Mochi dell’Associazione per la Play Therapy Italia «perché il sistema limbico, la parte del cervello che controlla emozioni e memoria, non è stimolata solo da terapie  verbali». Per arrivare a contatto con un’area così profonda servono questi sistemi alternativi: «Il problema è che per gli adulti è più difficile lasciarsi andare, allora è importante creare un clima di fiducia» aggiunge il terapeuta.

E quindi via alla dama, allo shangai, al Monopoli, anche se quest’ultimo è più strutturato e lascia meno spazio alla fantasia. «Lo shangai è utilissimo» aggiunge Mochi «per i problemi di coordinazione e concentrazione, e per farlo non servono grandi spiegazioni: si capisce perfettamente a qualsiasi latitudine».

Ma il punto è un altro: «La cosa più importante è che sia noi genitori a giocare con i figli: io posso farlo durante la terapia ma per i bambini la relazione che ho con loro è limitata. È da madri e padri che hanno bisogno di attenzione e affetto, ed è proprio quello che ottengono in questi momenti. Certo, gli adulti devono imparare a non correggerli su tutto anche in momenti come questo».

Quanto alle diverse forme di gioco, Mochi non ha pietà per i videogame. Spiega, anzi, che da un nuovo studio è emerso che sono correlati a dislessia e disturbi dell’apprendimento:

«Il cervello ha bisogno di immaginare, i videogiochi sono sempre percorsi guidati e stimolano solo l’emisfero sinistro, che è quello più razionale. In più, manca la relazione con gli altri, che è quello che ci consente di apprendere» dice Mochi. Invece il gioco da tavolo permette proprio di costruire legami, che rendono anche i bambini problematici più sicuri di sé e danno loro un gruppo che li sostenga.

Mochi, che dopo aver studiato negli Stati Uniti ha lavorato dieci anni in zone di crisi e d'emergenza, spiega che anche per i problemi più gravi il gioco è un toccasana: «I bambini rivivono nella loro immaginazione le situazioni più e più volte, ad esempio possono ripetere l’esperienza di un terremoto per poi ricostruire la città, o una tragedia dandole un finale più positivo. Con la fantasia poi possono trasformare qualcosa che fa loro paura in un mostro e farlo a pezzi: hanno un controllo su quello che avviene e questo non capita spesso nella loro vita. Gli adulti rivivono i drammi nella memoria, se ne hanno la possibilità al massimo ne parlano con qualcuno».

Radio Bullets | Rubrica: Bambini nel mondo 2014-2015

Lgo verde qudrato 2 300x300"Bambini nel mondo" è una rubrica curata da Claudio Mochi, Play Therapist Supervisor Responsabile dei Programmi formativi di INA, per Radio Bullets che tratta argomenti inerenti al benessere psicosociale con particolare attenzione ai bambini e le loro famiglie.

Come essere umani riflettiamo il mondo in cui viviamo e le esperienze che facciamo, per questo riteniamo importante in questo spazio considerare e discutere quegli elementi che si ritenga possano incidere, in modo potenzialmente positivo o negativo, sulla crescita e la salute dei minori. Buon ascolto!

 

1. Interessante puntata di debutto di Radio Bullets. Al minuto 19:00 Claudio Mochi introduce se stesso e la rubrica. Ascolta la puntata.

2. Di quali elementi hanno bisogno i bambini per crescere in modo sano? Cosa succede quando paura e minacce all'incolumità fisica compaiono nella loro vita? Ascolta la puntata.

3. Quali esperienze possono essere potenzialmente traumatiche per i bambini? In questo appuntamento si affronta il tema della perdita e della separazioneAscolta la puntata.

4. La sicurezza è un nutrimento essenziale per la crescita di ognuno. Per alcuni bambini questo sostentamento vacilla o risulta essere completamente assente innescando una catena di reazioni che a volte lasciano tracce permanenti. Ascolta la puntata.

5. Lo sviluppo di una relazione sana con un adulto premuroso, coerente e accudente può sostenere la naturale inclinazione allo sviluppo positivo dei bambini anche a dispetto di circostanze difficili. Ascolta la puntata.

6. Presentiamo la figura dell'Adulto carismatico intesa come colui che promuove in maniera intenzionale il benessere, lo sviluppo e il recupero del bambino da eventi stressanti. Ascolta la puntata.

7. Isabella Cassina con questo intervento stimola delle riflessioni sul percorso del bambino migrante e sul ruolo di sostegno che può avere il gioco. Ascolta la puntata.

8. Secondo appuntamento condotto da Isabella Cassina sul percorso del bambino migranteAscolta la puntata.

9. Il gioco mediato e libero come ingredienti necessari per assicurare benessere e crescita. Ascolta la puntata.

10. Quanto conta il senso di sicurezza in ogni momento delle vita di un bambino? Ascolta la puntata.

11. Come reagiscono i bambini quando si sentono insicuri? Gli adulti si rendono sempre conto di come influenzano il senso di sicurezza dei bambiniAscolta la puntata.

12. Il Gioco che promuove lo sviluppo nei bambini Development Enhancing Play nelle scuole a sud della Nigeria grazie ad un Progetto psicosociale di INA in collaborazione con S.O.Solidarietà Onlus. Ascolta la puntata.

13. Una dei compiti più importanti dell'educazione è favorire lo sviluppo delle cosiddette abilità mentali elevateAscolta la puntata.

14. Autoregolazione: i bambini con migliori abilità nel controllare e dirigere il proprio comportamento ottengono da adulti migliori risultati in tutti gli ambiti della vita. Ascolta la puntata.

RSI Rete Uno | Trasmissione: La Consulenza 29.03.2016

Isabella Cassina, Specialista in Gioco Terapeutico e Claudio Mochi, Play Therapist Supervisor, ospiti della RSI Radiotelevisione svizzera di lingua italiana alla trasmissione “La Consulenza” di Antonio Bolzani, parlano dell'importanza del gioco per la salute e il benessere dei bambini.

Per ascoltare la trasmissione clicca qui.

RSI Rete Uno | Trasmissione: La Consulenza 09.11.2016

Isabella Cassina specialista Gioco Terapeutico INAIsabella Cassina, Specialista in Gioco Terapeutico, ospite della RSI Radiotelevisione svizzera di lingua italiana alla trasmissione “La Consulenza” di Antonio Bolzani, parla di genitori e bambini, quando il gioco e i giochi aiutano a crescere. In studio anche Gabriella Barizzi, mamma ed ex partecipante di una formazione genitoriale organizzata da INA.

Per ascoltare la trasmissione clicca qui.

Radio Fe y Alegría | Intervista a Caracas-Venezuela 29.04.2017

Isabella Cassina, Specialista in Gioco Terapeutico Responsabile dei Progetti di INA e Claudio Mochi, Play Therapist Supervisor Responsabile dei Programmi formativi di INA, ospiti alla Radio dell'Associazione Fe y Alegría a Caracas parlano dell'impatto dello stress nei bambini e del potenziale che può avere la Play Therapy nel contesto venezuelano.

Per ascoltare la trasmissione clicca qui.

 

L'immagine ritrae un momento di formazione per professionisti locali del Proyecto Juego Terapeutico en Caracas, 04/2017.

ina play therapy formazione caracas

Deakin University | Intervista a Sydney-Australia 08/2017

Claudio Mochi, Play Therapist Supervisor Responsabile dei Programmi formativi di INA, intervistato dalla Deakin University in occasione della Conferenza 2017 dell'Australasia Pacific Play Therapy Association APPTA a Sydney, Australia per la quale Mochi è stato Keynote presentando il tema: Use of Play Therapy in Developing/Emerging countries.

I seguenti contributi video, creati dalla Deakin University, vedono protagonisti 5 Play Therapists di fama internazionale: Charles Schaefer, Sue Bratton, Virginia Ryan, Eileen Prendiville e Claudio Mochi.

 

Q1 Personal story

Q2 Influences

Q3 Contribution

Q4 Therapeutic powers

Q5 Systemic practice

Q6 Taking play seriously

Q7 The future

Q8 Advice

Q9 Symbol

 

L'immagine ritrae uno dei momenti della Conferenza APPTA del 14 agosto 2017 a Sydney, Australia, che vede protagonista Claudio Mochi.

mochi APPTA play therapy conference

Newsletter ATFA | I poteri del gioco e dei genitori 09/2017

Isabella Cassina, Specialista in Gioco Terapeutico e formatrice, scrive de "I poteri del gioco e dei genitori" per la Newsletter 09/2017 di ATFA Associazione Ticinese Famiglie Affidatarie.

 

Il gioco è l’esperienza primaria nella vita del bambino attraverso il quale conosce il mondo, comprende come funzionano i vari oggetti, esprime i propri pensieri e sentimenti, sviluppa le proprie abilità fisiche e mentali e matura efficaci abilità e legami sociali (R. VanFleet, 2008).

 

«Il gioco e i suoi poteri terapeutici vengono utilizzati in molteplici settori e a vari livelli di intervento: (a) per aiutare i bambini a limitare o risolvere difficoltà psicosociali croniche consistenti, (b) per sostenerli nel rispondere in maniera più efficace a circostanze temporanee di disagio o (c) per favorire il loro apprendimento e lo sviluppo di specifiche abilità.

Attraverso il gioco e la pratica di determinate strategie educative, i genitori hanno la possibilità di comprendere e sintonizzarsi con il proprio bambino, di alimentare la sua crescita e lo sviluppo di abilità, di prevenire potenziali disagi. Quando la situazione è più complessa, l'intervento familiare psicoeducativo di Play Therapy propone un processo in cui i genitori sono formati e supervisionati nello svolgere sessioni di gioco con i propri figli, coinvolti come partner nel processo terapeutico e resi autonomi e responsabili. 

I genitori - o gli “adulti accudenti” - sono una parte essenziale nella prevenzione e nella cura del bambino poiché le relazioni sono gli agenti di cambiamento e la terapia più potente è l'amore umano (B. D. Perry).»

Rivista Azione | Intervista: Giocare fa bene 06.11.2017

Isabella Cassina, Specialista in Gioco Terapeutico e formatrice, intervistata dalla Rivista Azione - Settimanale di informazione e cultura, parla del percorso psicoeducativo per genitori in collaborazione con La Scuola Club di Migros Ticino.

 

Isabella Cassina – un Bachelor in Politica e Lavoro sociale all’Università di Friburgo e un Master all’Istituto per gli Alti Studi Internazionali e dello Sviluppo di Ginevra – nel 2010, durante un’esperienza di lavoro in Serbia con una ONG, vola a Roma dove incontra la Play Therapy e rimane colpita dalla sua forza benefica. Rientrata in Svizzera, Isabella incomincia un percorso di specializzazione in questo ambito che la porterà con altri colleghi allo sviluppo dell’International Academy for Play Therapy Studies and Psychosocial Projects (INA) nata a Lugano nel 2015.

 

«Le attività della nostra associazione si snodano lungo tre assi principali. Il primo riguarda la formazione che tocca sia i professionisti nel campo della salute mentale e dell’infanzia, sia i genitori. Il secondo comprende i progetti di taglio psico-sociale che al momento stiamo sviluppando in Nigeria e in Venezuela. Il terzo filone si traduce nella promozione del valore del gioco attraverso articoli, pubblicazioni, conferenze. Su questo fronte il nostro obiettivo è sensibilizzare le persone sui poteri terapeutici del gioco in ambito educativo e terapeutico», racconta Isabella.

Ma perché il gioco? «Se voglio interagire con il bambino, devo usare la sua lingua» – spiega la referente di INA – «Attraverso l’attività ludica, il bambino sperimenta il mondo che lo circonda e in questo modo conosce anche se stesso. Il gioco è uno strumento universale e possiede poteri terapeutici come confermano i risultati di tante ricerche internazionali».

I corsi nei quali si applicano i principi della Play Therapy sono da oggi parte integrante del programma formativo della Scuola Club di Migros Ticino. Il percorso, destinato ai genitori e diviso in tre moduli, partirà nella sede di Lugano. «Il primo modulo è diviso in tre serate ed è intitolato «Una questione di cervello», prevede una prima parte dedicata alle neuroscienze sempre molto apprezzata» precisa Isabella. «L’idea è quella di fornire ai genitori strumenti concreti per capire come funziona e si sviluppa il cervello del bambino per potersi relazionare con lui adottando la strategia più efficace. Questo bagaglio conoscitivo non solo consente al bambino di vivere momenti più sereni con mamma e papà, ma è anche utile ai genitori per cogliere subito eventuali difficoltà del figlio. Anche questa è prevenzione».

Il resto del modulo è dedicato a capire perché il gioco è così importante nella vita dei bambini e come metterne a frutto i poteri terapeutici. Tante sono le attività in programma che i genitori potranno riproporre in famiglia. «Non solo sarà spiegato il gioco, ma anche il perché questo è efficace, così da consentire ai genitori di proporlo consapevolmente al bambino per raggiungere particolari obiettivi», puntualizza Isabella. Il secondo modulo prevede due incontri ed è dedicato all’ansia e allo stress. «Quando un bambino è molto agitato a scuola, non ci sta facendo un dispetto. Probabilmente c’è qualcosa che crea disagio. Nel corso verranno offerti alcuni strumenti utili a leggere le situazioni di stress e ad adottare attività di riequilibrio».

L’ultimo modulo sarà un incontro nella Casa magica. Tra le tante metodologie della Play Therapy, Isabella ha scelto di proporre lo storytelling. La Casa magica è un libro provvisto di schede didattiche ideato da INA allo scopo di accompagnare l’emersione e l’elaborazione delle emozioni. Obiettivo della serata sarà quello di far sperimentare al genitore un percorso facilmente replicabile a casa. «I partecipanti acquisiranno tante informazioni e strumenti pratici per comprendere meglio il bambino e migliorare l’interazione con lui» conclude Isabella Cassina. «Non solo. In questi corsi i genitori raccolgono anche delle rassicurazioni. Essere genitori non è facile e non sempre si trovano risposte adeguate. L’efficacia della Play Therapy è comprovata dalle neuroscienze e dalla psicologia evolutiva.

Questo è quanto promuoviamo: giocare con i propri figli è fonte di benessere. Ci piace vedere genitori che crescono in competenza e consapevolezza. Cercavamo un interlocutore che fosse all'altezza della nostra proposta che riteniamo sia di qualità. Per noi la Scuola Club rappresenta il partner ideale per veicolare il nostro messaggio».

Quotidiano 20 minuti | Intervista: Chi si diverte impara 20.03.2018

Isabella Cassina, Specialista in Gioco Terapeutico e formatrice, intervistata dal Quotidiano 20 minuti, inserto Formazione, parla dell'utilizzo del gioco nel contesto educativo.

 

Sette ore per imparare ad abbassare le difese; giocare con i propri allievi, sfruttare il gioco come strumento didattico, troppo e purtroppo sottovalutato finora nelle scuole. Sabato prossimo, dalle 9 alle 17, nella sede della Croce Rossa di corso San Gottardo, Isabella Cassina, specialista in Gioco terapeutico e cofondatrice nel 2015 a Lugano di Ina (International Academy for Play Therapy Studies and Psychosocial Projects), accoglierà i docenti che vogliono provare ad insegnare in maniera alternativa e, giura, più efficace.

 

Isabella, allora è vero: il gioco non è solo un divertimento, giocando s’impara?

«Il gioco non è solo il linguaggio primario di ogni bambino, ma anche l'attività prevalente attraverso cui inizia a conoscere il mondo. "Sii serio, non stiamo giocando!" è un'affermazione tanto frequente quanto inesatta».

In che modo aiuta l’apprendimento?

«Quando giochiamo siamo attivi, presenti, coinvolti, senza però sentirci pressati o ansiosi. Contrariamente ad attività puramente cognitive e nozionistiche, quando giochiamo coinvolgiamo tutte le aree del cervello e promuoviamo la loro integrazione».

Ha detto "siamo": dunque vale per tutti, anche per i grandi?

«Le neuroscienze dimostrano che in un "ambiente arricchito", plasmato da elementi quali gioco, relazione e sicurezza, si offre a bambini, e non solo, un'esperienza di apprendimento più piacevole e soprattutto più efficace, a breve e lungo termine».

Oggi le scuole lo usano ancora poco: che cosa ci perdono?

«Utilizzare consapevolmente il gioco a scuola permette di mantenere il proprio programma formativo migliorando l'atmosfera generale in classe. Diminuiscono anche i problemi, come distrazione, difficoltà di apprendimento, paura, disinteresse. Naturalmente, l'utilizzo di attività di gioco mirate nelle classi scolastiche deve essere adeguato all'età degli allievi, alle loro abilità e agli obiettivi prestabiliti dall'insegnante».

Una giornata può bastare a convincere e a insegnare come si fa?

«Le possibilità di formazione per docenti sono molteplici, più o meno lunghe a seconda dell'obiettivo. Quello che organizziamo a Chiasso, della durata di 7 ore, è un'introduzione. Si rivolge ai docenti di scuola dell'infanzia ed elementare interessati ad apprendere una serie di attività basate sul gioco utili nel migliorare le relazioni, promuovere lo sviluppo di competenze e favorire l'apprendimento degli allievi in classe. Il corso è strutturato per permettere ai partecipanti non solo di apprendere nuove nozioni, ma anche e soprattutto di comprendere e praticare in prima persona attività da replicare in classe».

 

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Radio Ticino | Trasmissione: La Soffitta 18.02.2019

Isabella Cassina, Specialista in Gioco Terapeutico e formatrice, ospite di Radio Ticino alla trasmissione “La Soffitta” di Joshi e Roxy parla di genitori e bambini: Quando il conflitto si fa duro... noi giochiamo!©, questo è tema di uno dei corsi per genitori promossi in collaborazione con il Dipartimento dell'educazione, della cultura e dello sport DECS del Cantone Ticino.

Per ascoltare la trasmissione clicca qui.

Ohga Magazine online | Intervista: Il gioco come percorso per una crescita migliore 25.06.2019

Claudio Mochi, Psicologo e Play Therapist Supervisor, intervistato da Sara Del Dot di Ohga Magazine online, parla del gioco come percorso per una crescita migliore nei bambini.

 

Giocare non è soltanto divertirsi e far divertire. A volte, il gioco può essere utilizzato come una vera e propria terapia. Per favorire lo sviluppo, migliorare e migliorarsi, imparare a gestire al meglio le proprie emozioni. La Play Therapy è una disciplina che serve proprio a questo, basandosi su una base teorica molto accurata.

Affrontare e prevenire i problemi attraverso il gioco, in totale libertà o con una direzione, da soli o con la partecipazione della famiglia. La Play Therapy utilizza le attività ludiche per favorire lo sviluppo, migliorare le capacità sociali, imparare a gestire al meglio le emozioni in vista di una crescita armonica e felice. A raccontarcelo, per la rubrica "Il bene in ogni cosa", è Claudio Mochi, psicologo e Play Therapist Supervisor, nonché fondatore in Italia dell’Associazione per la Play Therapy Italia APTI, un’organizzazione che si occupa di riconoscere corsi, programmi e progetti educativi.

 

Quindici anni fa, Claudio si trovava in Iran, a lavorare in contesti di estrema emergenza, occupandosi di persone adulte che avevano subito esperienze estremamente traumatiche. E, racconta, tutto pensava tranne che in futuro si sarebbe trovato a lavorare con i bambini. Oggi, si occupa di aiutare bambini in condizioni di vulnerabilità che non sono ancora in grado di auto-tutelarsi completamente. E, afferma, l’aspetto che più lo colpisce è il potenziale impatto dell’intervento, dovuto all'enorme margine di miglioramento che lavorare con loro concede. Inoltre, riferisce, la dimensione ludica è estremamente vicina al suo modo di essere.

Claudio, che cos'è la Play Therapy?

La Play Therapy viene definita come l’uso sistematico dei principi terapeutici del gioco al fine di favorire il raggiungimento di un obiettivo desiderato o di superare una difficoltà. Si tratta di un settore molto ampio, all'interno del quale ci sono vari approcci e orientamenti. La cosa importante è che non bisogna, come in molti fanno, ridurre la Play Therapy al semplice “giocare con i bambini” o farli giocare. La Play Therapy fa sempre riferimento a modelli teorici ben precisi. Nella Play Therapy si lavora con persone di tutte le età. Ci sono interventi anche per bambini con meno di 3 anni, ma anche eventualmente con adolescenti e persone anziane, anche se la fascia di massima diffusione è quella che va dai 3 ai 12 anni.

In che modo si svolgono le sessioni?

Semplificando, possiamo affermare che esistono tre grandi aree di lavoro. Una viene chiamata non direttiva, ed è quella in cui è il bambino a prendere l’iniziativa, sceglie cosa fare e a cosa dedicarsi, mentre il professionista applica a queste scelte determinate abilità. Poi abbiamo un approccio direttivo, in cui il professionista propone determinate attività assumendo il bisogno del bambino e capendo cosa può aiutarlo. Infine, c’è la Play Therapy familiare, in cui anche i genitori vengono coinvolti nella sessione di gioco.

Puoi farmi qualche esempio di come si sviluppano le varie aree di intervento?

Per quanto riguarda l’area non direttiva, come ho già detto si lascia decidere al bambino quali attività svolgere, a partire dal materiale di gioco che può essere di vario genere. Possiamo utilizzare materiale sensoriale come la sabbia, ma anche travestimenti, maschere, strumenti per disegnare e colorare, marionette… Naturalmente tutto viene studiato in base all’età e ai bisogni del bambino in questione. Ad esempio, possiamo orientarci su oggetti che riguardano l’accudimento e il nutrimento, come le bambole, la cucina, i pupazzi.. Ma anche su materiale dedicato al gioco aggressivo, come spade di gomma e oggetti da prendere a pugni. All’interno di questa area non direttiva, io come terapeuta seguo il bambino mentre gioca e quando mi coinvolge io partecipo nel modo in cui ritengo che il bambino desideri.

Diversamente, nell’area direttiva sono io a pianificare l’intera sessione in base agli obiettivi che desidero raggiungere. Ad esempio, se ho a che fare con un bambino con poche capacità di autoregolazione oppure iperattivo, sottoporrò delle attività che gli consentano di esercitare un’autoregolazione, che stimolino la competenza, ma anche che gli consentano di uscire dallo studio in condizione più controllata e centrata rispetto a quando è entrato. Anche nel caso in cui partecipa la famiglia è necessario capire qual è l’obiettivo, se migliorare la comunicazione, se permettere loro di divertirsi insieme, se insegnare al genitore di prendersi maggiormente cura di suo figlio.

Con che tipo di disturbi lavorate di solito?

Essendo la Play Therapy un campo molto ampio, si riescono a gestire e affrontare tutte le problematiche conosciute. Possiamo trattare autismo, disabilità psichiche, iperattività, rallentamenti dello sviluppo… Si tratta di una disciplina che si appoggia su numerosi studi scientifici e quindi può coinvolgere disturbi praticamente di ogni genere. Inoltre, svolgiamo progetti in varie zone del mondo in cui c’è bisogno di interventi come il nostro.

Quali sono i benefici di questa terapia?

I benefici della Play Therapy sono tantissimi. Aumenta la capacità di sapersi relazionare con gli altri implementando le capacità sociali, aiuta a elaborare situazioni traumatiche e a gestire meglio le emozioni, favorisce lo sviluppo del bambino e facilita alcuni tipi di apprendimento. Ma può essere anche un ottimo modo per prevenirli, questi problemi. In generale, il gioco ha una grande proprietà: riesce a stimolare le diverse aree del cervello, senza che queste debbano essere attivate da linguaggi diversi, come accade con l’interazione verbale. Il gioco coinvolge tutto il cervello, e questa caratteristica lo rende adatto per stimolare benessere in persone di tutte le età.

Quotidiano 20 minuti e tio.ch | Intervista: Caccia al ladro in famiglia, il gioco che diventa terapia 11.11.2019

Isabella Cassina, Specialista in Gioco Terapeutico e Dottoranda in Expressive Arts Therapy, intervistata da Romano Pezzani per il Quotidiano 20 minuti e tio.ch parla degli interventi genitore-bambino e della metodologia Filial Therapy.

 

Sottomettersi, per finta, al potere dei figli. I segreti di una terapia ludica che permette di alleviare stress e noia. Rafforzando l'autonomia dei piccoli.

LUGANO - Platone e Aristotele, fra i più grandi pensatori di tutti i tempi, si occupavano di questi concetti già nell'antica Grecia, mettendo in risalto i numerosi benefici del gioco. «Oggi viene definita Play Therapy. È riconosciuta a livello internazionale e serve - come spiega la ticinese Isabella Cassina, ambasciatrice di questo metodo in Svizzera e nel mondo - ad affrontare una serie di disturbi e condizioni mentali che vanno dall'aggressività, al lutto, al divorzio e all'iperattività, al trauma, solo per citarne alcuni».

 

Qual è l'obiettivo primario?

La figura del bambino e della famiglia sono centrali. Attraverso specifiche modalità di gioco i bambini vengono aiutati a diventare più consapevoli delle proprie emozioni, a sviluppare strategie più efficaci, a trovare nuove e più creative soluzioni ai loro problemi, oltre a migliorare empatia e rispetto per se stessi e per gli altri.

Mamma e papà hanno un ruolo fondamentale nei vostri interventi. In che modo?

La Play Therapy, il particolare la metodologia Filial Therapy, considera il genitore come un agente di cambiamento primario nel processo terapeutico in virtù del rapporto significativo con i figli.

Come procedete?

Nella Filial Therapy, un intervento familiare psicoeducativo ampiamente sviluppato e studiato da oltre 50 anni, il terapeuta forma e supervisiona i genitori nello svolgere delle sessioni di gioco speciale con i propri figli.

Qual è il programma dei formatori?

Il primo incontro, libero, si svolge unicamente tra un nostro specialista e i genitori. Si tratta di una prima presa di contatto per mettere a fuoco la situazione. I bambini entrano in gioco dalla seconda seduta.

In che modo?

Si tratta di un'osservazione di gioco familiare. Per noi è una fase molto importante per raccogliere e condividere informazioni sulle dinamiche familiari.

Prendiamo l'esempio di una famiglia con tre figli. Come si prosegue?

Dalla terza sessione proponiamo una dimostrazione di gioco, circa dieci minuti a bambino con lo specialista in presenza dei genitori, così da confrontarci in seguito con questi ultimi sulla base di precise indicazioni. Nel gioco i bimbi si sentono sicuri e liberi di esprimersi attraverso il loro linguaggio.

E papà e mamma?

Saranno loro a continuare il lavoro con i figli. Prima di affrontare le sessioni di Filial Therapy, vengono formati in tre incontri con lo scopo di giocare con i loro figli usando determinate abilità.

Un esempio?

L'abilità di gioco immaginario. Prendiamo il poliziotto e il ladro. Il figlio che propone questo scenario potrebbe scegliere il ruolo del poliziotto per avere una sensazione di potere e di controllo. Il papà, in questo caso, deve seguire la guida del figlio nell'agire nel ruolo del ladro mantenendo come unico limite la sicurezza fisica. Tutti i figli devono poter beneficiare di questo momento di gioco speciale con il genitore.

Quali sono i benefici di questa terapia?

La famiglia ne esce più forte, il rapporto genitore-bambino migliora rapidamente. I problemi dei bambini si risolvono, le abilità dei genitori e il loro livello di soddisfazione e autonomia aumentano, il clima familiare si distende nel suo insieme in quanto il livello di stress diminuisce ed ognuno ritrova il piacere di stare con l'altro. Gli studi dimostrano che i miglioramenti sono concreti e longevi, possono essere mantenuti fino a 5 anni.

La Play Therapy efficace in un contesto di crisi

Ina è un'associazione non profit di pubblica utilità con sede a Lugano, registrata ufficialmente nel 2015, e offre corsi di formazione per il Decs, la Croce Rossa, scuole, famiglie e pure per Migros. Specializzata in lavoro sociale, cooperazione internazionale e gioco terapeutico, Isabella Cassina (35 anni) è la vice presidente di questa organizzazione sociale che propone formazioni a genitori e professionisti ed interventi in un ambito riconosciuto a livello internazionale, la Play Therapy. «Spesso il genitore crede di dover essere perfetto nel suo ruolo, ma il migliore è quello che cerca di dare il meglio riuscendo a soddisfare circa il 70% dei bisogni dei figli».

Ina, che propone una terapia su misura per i nuclei familiari, basa i suoi principi sulla Play Therapy appunto, nata settant'anni fa negli Stati Uniti. «Seguiamo attivamente progetti in tutto il mondo. Dal 2012 abbiamo istruito oltre 60 docenti in Nigeria nelle scuole private e pubbliche. Due anni fa abbiamo formato professionisti in Venezuela e ora siamo attivi anche in India. Gli interventi di Play Therapy hanno ottimi risultati anche in contesti di crisi sociale», conclude la specialista di Lugano.

 

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NEWS 2019!!

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In occasione del 10° anniversario dei nostri colleghi dell'Associazione per la Play Therapy Italia APTI siamo lieti di annunciare la disponibilità dall'autunno 2019 della 1a Rivista di Play Therapy in lingua italiana, periodico che presenta contenuti innovativi e verificati che permettono ai professionisti del settore e agli interessati di restare aggiornati ed ampliare le proprie conoscenze sull'affascinante mondo della Play Therapy, del Gioco Terapeutico e della loro applicazione effettiva.

La rivista può essere ordinata tramite Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.Gratuita per i Soci APTI (vedi Informativa Soci [09_2019]).

L'Associazione per la Play Therapy Italia APTI in breve

L’Associazione per la Play Therapy Italia APTI è un ente nazionale non profit fondato nel 2009 che si occupa in particolare di psicologia dell'età evolutiva e trae origine dall'esperienza e dal sostegno dell’Association for Play Therapy degli Stati Uniti (APT) che ne rappresenta il modello unico di riferimento. L'APTI adotta infatti gli standard qualitativi dell’APT e ne condivide finalità e criteri di iscrizione. L'APTI è membro dell'International Consortium of Play Therapy Associations (IC-PTA).

Tra i suoi obiettivi principali vi sono quelli di promuovere il valore del gioco e di diffondere la conoscenza e la pratica della Play Therapy sul territorio nazionale.

L’APTI conferisce le credenziali di Play Therapist (RPT) e Supervisore Play Therapist (RPT-S) ai professionisti della salute mentale e di Specialista in Gioco Terapeutico (S-GT) per i professionisti degli ambiti educativo, sociale, sanitario e riabilitativo per aiutare i consumatori ad identificare quei professionisti con formazione specializzata ed esperienza in Play Therapy. Inoltre, l'APTI certifica percorsi formativi in Italia e nella Svizzera italiana che corrispondono a determinati criteri di qualità e professionalità.

Il Socio APTI è un professionista che lavora nell'ambito dell'infanzia e ha conseguito una formazione in Play Therapy o Gioco Terapeutico organizzata o riconosciuta dall'APTI. Egli aderisce ai valori dell'Associazione e contribuisce ai suoi scopi prestando un'attività volontaria, partecipando all'Assemblea annuale e versando una quota annuale. Per saperne di più sui vantaggi dei Soci APTI cliccate qui: Informativa Soci [09_2019].


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INA - International Academy for Play Therapy studies and PsychoSocial Projects è un'Associazione non profit riconosciuta di pubblica utilità con sede a Lugano-Svizzera. Opera esclusivamente per fini di solidarietà sociale a livello nazionale ed internazionale a favore di individui, famiglie e comunità con particolare attenzione ai bisogni e al benessere dei bambini. Il team di INA è formato da esperti degli ambiti della salute mentale, educativo e psicosociale specializzati in Play Therapy e Gioco Terapeutico (Therapeutic Play), interventi d'Emergenza e trauma, Project Management e Cooperazione Internazionale, Arti Espressive.

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© 2019 INA Play Therapy. Tutti i diritti sono riservati. Ultimo aggiornamento 01/09/2019.