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Eventi traumatici: giocarsi la sicurezza (II)

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Un articolo di Claudio Mochi pubblicato in originale l'11 Dicembre 2015 su Radio Bullets.

Parlare di un evento traumatico può rappresentare un sollievo per i bambini, ma è attraverso il gioco che hanno una reale possibilità di capire cosa accade loro.

Continuiamo il nostro discorso avviato nel precedente articolo sull’esposizione a eventi traumatici facendo riferimento nuovamente al lavoro di Risë VanFleet.

"Proprio come noi adulti abbiamo bisogno di parlare con gli altri dopo aver sperimentato qualcosa di spaventoso, triste o devastante, i bambini hanno bisogno di giocare per riuscire a esprimere i propri sentimenti e le reazioni a un evento critico. I bambini di età compresa tra i 3 e i 12 anni, se ne hanno l’opportunità, spesso mettono in atto nel gioco delle scene di un evento traumatico vissuto. A volte questo accade anche tra i bambini più grandi. Ad esempio, in seguito a un incidente d’auto, potremmo osservare i bambini giocare a incidenti e salvataggi stradali con i propri giocattoli. Alcuni genitori potrebbero essere allarmati da questo, ritenendo che giocare alla situazione traumatica possa essere in qualche modo nocivo.

In realtà è vero il contrario, infatti, questo tipo di gioco può aiutare il bambino ad affrontare meglio la situazione. Il gioco è uno strumento prezioso in queste circostanze, in quanto fornisce distanza dall’evento, possibilità di essere attivi rispetto a quanto si è vissuto, offrendo al contempo un’ampia gamma espressiva per comunicare quello che a parole spesso non si riesce a formulare.

Naturalmente, i bambini dovrebbero essere contenuti o guidati opportunamente se la loro attività è realmente pericolosa. Inoltre, può capitare di osservare che un bambino giochi costantemente all’evento e sembri incapace di pensare ad altro. In questo caso andrebbero fissati dei limiti sulla quantità di tempo trascorso nel giocare in quel modo. Lo stesso vale se osserviamo che il gioco ha l’effetto di sconvolgere il bambino oppure se durante l’attività ludica appare in qualche modo assente. Questi comportamenti potrebbero essere segnali di traumatizzazione e qualora li riscontrassimo sarebbe opportuno consultare un professionista.

Il gioco dice davvero molto di un bambino e dovremmo ricordare che la naturale tendenza dei bimbi è proprio esprimere cosa accade loro con il gioco. Giocare è il loro modo di cercare di capire e di guadagnare sicurezza. Parlare troppo di eventi spaventosi li può impaurire maggiormente. Al contrario, parlarne con moderazione può rappresentare un sollievo, in quanto ci permette di fornire alcune informazioni di base o semplicemente di rispondere alle domande che i bambini rivolgono. È attraverso il loro gioco però che i bambini, soprattutto al di sotto dei 12 anni, hanno una reale possibilità di capire cosa sta succedendo nella loro vita. In tutto il mondo i bambini nelle zone di guerra giocano spesso alla guerra. Giocano al medico o mettono in atto scene mediche i bimbi che hanno esperienze personali o familiari di malattia o ospedalizzazione.

Ricordo a questo proposito che a Oklahoma City gli operatori umanitari notarono che i bambini direttamente coinvolti dall’esplosione giocavano con dei piccoli cani di plastica che si dedicavano ad annusare i mattoncini delle costruzioni proprio come facevano i cani impiegati per ritrovare i superstiti tra le macerie. Dopo l’11 settembre, in modo simile, molti osservarono che il gioco di molti bambini in varie località del mondo riguardava scene di aerei che colpivano dei palazzi, vigili del fuoco e scene di salvataggio, edifici che crollavano e persino temi funebri.

Abbiamo detto che si può rimanere traumatizzati anche in modo indiretto, è importante allora prestare attenzione ad eventuali segni di traumi nei bambini, anche se è passato molto tempo dall’evento. Quando i bambini sono traumatizzati, gli effetti possono verificarsi più tardi di quanto possiamo prevedere. È opportuno per questo che i genitori, ogni tanto, chiedano ai propri figli cosa stanno pensando e provando rispetto all’evento, ascoltando realmente quello che comunicano. "Bombardare" i bambini con domande su come si sentono o tenere lunghe discussioni con loro non è altrettanto utile perché può aumentare il loro livello di ansia.

È utile, invece, che i genitori condividano i propri sentimenti di paura, tristezza, rabbia per un evento. In questo modo i bambini possono comprendere che queste reazioni sono normali avendo anche la possibilità di osservare dei buoni modelli di gestione delle difficoltà. In questo caso è importante però cercare di condividere i propri sentimenti in modo semplice per non confondere i bambini ulteriormente.

Per concludere, dopo un’emergenza vissuta direttamente o indirettamente, piccola o grande, uno degli elementi più salutari per i bambini è che il loro ambiente giorno dopo giorno torni sempre più "normale". Riguadagnare una sorta di quotidiana routine aiuta i bambini a sentirsi più sicuri e ad evitare che l’evento traumatico sia il centro della loro attenzione. Questo può essere difficile dopo alcuni disastri, ma lavorare per produrre un’ambiente più possibile normale può essere di enorme aiuto.

I genitori possono aiutare i bambini a trovare un equilibrio tra parlare e giocare della situazione critica e il graduale ritorno allo svolgimento di compiti e attività quotidiane."

*Il contributo originale della dott.ssa VanFleet “How parents can help children through traumatic events” è stato tradotto e adattato da Claudio Mochi per questa rubrica su permesso dell’autrice.

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